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LA TAVERN R CROCC
Museo Privato
del Brigantaggio
e della civiltà
contadina

Via Mazzini, 79
Rionero in Vulture

info:
franco.loriso@tiscali.it











































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




 

diario |
 
Diario
1visite.

30 marzo 2009

Cinema: Carmine Crocco


Museo di Crocco
La Tavern R Crocc

 Museo privato permanente del Brigantaggio e della Civiltà contadina
Rionero in Vulture (Pz)







Regia: Antonio Esposto, Massimo Lunardelli
Anno di produzione: 2008
Durata: 37’
Tipologia: documentario
Genere: docufiction/storico
Paese: Italia
Produzione: Colombre Film
Formato di ripresa: DV
Formato di proiezione: DV, colore

Carmine Crocco, dei Briganti il Generale (2008)
un documentario di Antonio Esposto, Massimo Lunardelli

con Michele Russo II, Raffaele Nigro, Mario Proto, Valentino Romano, Costantino Conte

Sinossi: Crocco, nacque a Rionero in Vulture, in provincia di Melfi nel 1830.
Di professione pastore, cercò un suo personale riscatto alle misere condizioni di vita e alle prepotenze dei latifondisti locali, combattendo prima per Garibaldi poi con la controreazione borbonica e infine per se stesso. La sua banda arrivò a contare nel 1963 oltre duemila uomini e Crocco si guadagnò l'appellativo di Generale dei Briganti.
Dopo l'unità d'Italia vennero meno le protezioni di chi con il nuovo governo temeva di perdere i propri privilegi. Contro Crocco ed i briganti della regione si scatenò una feroce repressione che causò migliaia di morti soprattutto tra le classi più umili. Crocco si ritrovò solo e tradito anche da uno dei suoi uomini più fedeli, Giuseppe Caruso. Nel luglio del 1864 il Generale dei Briganti cercò rifugio nello Stato Pontificio che per anni aveva sostenuto in chiave anti-unitaria le azioni brigantesche. Ma invece dell'aiuto sperato egli venne incarcerato e quindi consegnato al nuovo stato italiano.
Carmine Crocco venne processato a Potenza nel 1872. Le pesanti accuse di decine di omicidi, furti, ricatti e grassazioni, determinarono la sua condanna a morte. Due anni dopo, per volere del Re, la pena di morte venne commutata nel carcere a vita da scontare nel carcere di Portoferraio, all'isola d'Elba, dove Crocco si spense all'età di 75 anni. Era il 1905.

Ambientazione: Rionero in Vulture (PZ) / Lagopesole (PZ) / Torino

Periodo delle riprese: Luglio 2007 - Marzo 2008

Budget: 6.000 euro

Note:
Film-documentario le avventurose vicende di Carmine Crocco, il brigante lucano che tra il 1860 e il 1864 mise a ferro e fuoco l'intero Mezzogiorno.

29 marzo 2009

Brigante se more


Museo di Crocco
La Tavern R Crocc

 Museo privato permanente del Brigantaggio e della Civiltà contadina
Rionero in Vulture (Pz)




Brigante se more

(testo: Anonimo)

Amm pusate chitarra e tammurr
Pecché sta musica s'adda cagnà
Simmu brigant e facimm paura
E ca scuppetta vulimm cantà.

E mo cantamm na nova canzon
Tutta la gente se l'adda 'mparà
Nuje cumbattimmo p''u rre Burbone
A terra è nostra e nun s'adda tuccà

Chi ha visto 'u lupu s'a misu paura
Nun sape bune qual è 'a verità
'u veru lupu ca magna i criatur
È u piemuntes c'avimma caccià

Tutt'e paise da Basilicata
Se so scetate e vonna luttà
Pur'a Calabria si s'è arruvutata
E stu nemico 'u facimm tremmà

Femmen belle ca dat lu core
Si nu brigante vulite aiutà
Nun 'u cercate scurdatev 'u nome
Ch ci fa 'a guerra nun tena pietà

Omm se nasce brigante se more
E fin all'ultum avimma sparà
Ma si murimm menat nu fiur
È na preghiera pe' sta libertà


Inno contro la guerra scatenata dai piemontesi contro il Meridione subito dopo l'unità d'Italia. Con tutta probabilità una delle principali cause dell'impoverimento di tutto il Sud, le cui conseguenze si avvertono ancora oggi. Una tragedia che è stata consegnata ai libri di storia come "brigantaggio"; ma si sa bene che la storia la fanno sempre e solo i vincitori.

28 marzo 2009

Carmine Crocco, dei briganti il generale


Museo di Crocco
La Tavern R Crocc

 Museo privato permanente del Brigantaggio e della Civiltà contadina
Rionero in Vulture (Pz)

Carmine Crocco,
               dei briganti il generale


Alle 8.20 di domenica 18 giugno 1905, nel carcere di Portoferraio, sull'isola d'Elba, muore a 75 anni Carmine Crocco, il brigante lucano che durante gli anni dell'unità d'Italia, alla testa di un esercito che arrivò a contare tremila uomini, aveva messo a ferro e fuoco ampie zone del Mezzogiorno combattendo prima per Garibaldi, poi per i Borbone e alla fine soltanto per se stesso. Muore solo, per atonia senile si legge sullo sbrigativo referto medico. Gli unici che non hanno mai smesso di fargli visita, in quella prigione dove è rinchiuso da quasi quarant'anni, sono stati i lombrosiani, che gli trovano un cranio un po' piccolo rispetto alla statura. Lo psichiatra Pasquale Penta dell'università di Napoli, scriverà di lui nel 1901 sulla Rivista mensile di psichiatria forense come di "un uomo alto, robusto, svelto, ancora dritto e resistente dopo una vita agitata, piena di stenti e sofferenze". E Crocco, tra le lacrime, gli confesserà che vorrebbe tornare a morire là dove è nato. Piange l'uomo condannato per 67 omicidi, 20 estorsioni, 15 incendi di case; colui che se ne andava in giro con il cappello piumato e armato fino ai denti, accolto come un liberatore in tutto il melfese; il solo che poteva permettersi di entrare in chiesa a cavallo; lui, che era stato tra i primi ad adottare la tecnica della guerriglia, guadagnandosi sul campo i galloni di generale dei briganti.

La storia di Carmine Crocco comincia a Rionero in Vulture - oggi in provincia di Potenza, ma allora si diceva nel circondario di Melfi - il 5 giugno 1830, quarto di cinque figli di Francesco Crocco Donatelli e Maria Gera di Santo Mauro, contadini. Nell'autobiografia che Crocco scriverà in carcere nel 1889 e che, trascritta dal capitano medico Eugenio Massa, verrà pubblicata per la prima volta dalla tipografia Greco di Melfi nel 1903, si leggono parole che raccontano la miseria quotidiana: casupole annerite dal fumo da dividere con le bestie; il grano custodito come un tesoro da usare per fare il pane bianco solo quando arrivano le malattie; e intorno zoppi, monchi, reduci di antiche guerre, tra cui lo zio Martino, senza una gamba persa per una palla di cannone nell'assedio di Zaragoza in Spagna, che gli insegnerà a leggere e scrivere.

Quando, nel 1860, scoppiano i moti insurrezionali, Crocco ha già avuto i suoi guai con la giustizia: una condanna per furto nel 1855 a diciannove anni di ferri; un'evasione dal carcere di Brindisi; l'uccisione a coltellate di un signorotto del paese che aveva osato importunare la sorella Rosina. E' latitante e si unisce ai rivoltosi con la speranza di vedersi cancellare i vecchi reati. Ma non sarà così. Tornando a casa con la casacca del vincitore, scoprirà che ancora una volta tutto è cambiato per restare uguale. Persino il sindaco è lo stesso, ma prima stava con i Borbone e adesso con i liberali. Per Crocco non c'è speranza, così torna alla macchia e si unisce alla controreazione borbonica. I boschi di Monticchio diventano il suo impero, la Ginestra il suo recondito rifugio. Per qualche mese il suo destino si incrocia con quello di Josè Borges, il legittimista spagnolo arrivato al sud per organizzare la reazione. Ma il generale dei briganti non accetta di essere subalterno a nessuno e un giorno, all'improvviso, abbandona lo spagnolo al suo destino: catturato, verrà fucilato a Tagliacozzo.

La repressione piemontese contro il brigantaggio fu feroce: "Bastava il sospetto per radere al suolo interi villaggi senza risparmiare le donne e i bambini" dice Mario Proto, docente di Storia delle dottrine politiche all'Università di Lecce. L'argomento è minato. Si rischia di parlar male del Risorgimento facendo contente le varie leghe del nord e del sud, i detrattori di Garibaldi, i tanti e diffusi movimenti neoborbonici nostalgici di Francesco II e del Regno delle Due Sicilie. Ma se si guardano i numeri, ciò che è successo tra il 1861 e il 1964, ha tutta l'aria di una guerra civile. Ai bersaglieri veniva tagliato il pizzetto alla piemontese come fosse uno scalpo mentre i briganti venivano evirati, oppure decapitati, per mostrarne la testa nella pubblica piazza. "In tre anni abbiamo fucilato 7.151 briganti, altro non so e non posso dire", riferisce nel 1864 il generale La Marmora di fronte alla commissione parlamentare d'inchiesta sul brigantaggio voluta dalle sinistre e presieduta dal deputato Massari. "Più che di un esercito unificatore, si è trattato di un esercito occupatore" commenta Valentino Romano, storico del brigantaggio e della storia contadina, "e a farne le spese sono state soprattutto le classi umili, non certo i galantuomini, cioè i veri fomentatori della rivolta, che se ne uscirono tutti per il rotto della cuffia riuscendo a dimostrare un'innocenza che non avevano".

La vita brigantesca di Carmine Crocco si conclude nell'estate del 1864. Il vecchio sistema di potere si è ormai saldato con il nuovo e le masse contadine devono tornare ad essere solo forza lavoro. Nel 1863 inoltre, è entrata in vigore la legge Pica, la prima legislazione sui pentiti che concedeva forti sconti di pena a chi si sarebbe consegnato. Ci prova anche Crocco, che entra a Rionero con una bandiera tricolore in mano, ma poi rinuncia, non si fida. Però nei suoi boschi è sempre più isolato. Lo tradisce, come spesso accade, uno dei suoi uomini più vicini, Giuseppe Caruso, di Atella, che lo vende per un posto da impiegato regio e guida i bersaglieri nei suoi rifugi più segreti. La sera del 28 luglio del 1864 il generale dei briganti, ormai ferito molte volte, tenta la fuga verso Roma. Partirono in dodici, viaggiando di notte per tratturi nascosti, arrivarono in quattro. Ma una volta giunto nello Stato Pontificio, invece della libertà, come credeva, perché in fondo anche nel nome di Pio IX aveva combattuto, Crocco venne incarcerato e consegnato allo Stato italiano dopo sette anni di cella d'isolamento: "Al momento dell'arresto" si legge nella sua autobiografia "avevo con me 19.800 lire e questa somma non fu restituita a me e non fu data al governo, come di diritto, ma finì nelle tasche di qualche monsignore ladrone".

Il processo venne celebrato a Potenza nel 1872 di fronte a un pubblico numerosissimo che anche allora, come adesso, vuole vedere da vicino il terribile assassino, il generale della reazione e delle orde borboniche. Crocco viene condannato a morte, la pena di morte verrà commutata, per regio decreto, nei lavori forzati a vita. Un ergastolo scontato nello stesso carcere, oggi diventato Museo della Giuntella, dove espiarono le loro colpe Napoleone e Passannante, l'anarchico di Salvia di Lucania che nel 1878 tentò di uccidere Umberto I di Savoia.

Chi era, dunque, Carmine Crocco? Un eroe? Un bandito?

"Avrebbe potuto diventare un eroe positivo della storia, ma Crocco era un pastore che sapeva a malapena leggere e scrivere, un'idea precisa di quello che stava facendo non ce l'aveva" racconta Raffaele Nigro, giornalista e scrittore, originario di Melfi, un'adolescenza passata a cercare i leggendari tesori dei briganti nascosti nei tronchi cavi degli alberi, "che naturalmente non ho mai trovato", precisa. "Ormai gli storici sono in gran parte concordi nel definire il brigantaggio la rivolta anarcoide del mondo contadino. E' l'atavica questione della terra, quella terra promessa da Garibaldi che i contadini si videro sfilare da sotto i piedi" sostiene Valentino Romano. "Forse l'analisi più precisa sul brigantaggio" afferma Costantino Conte, del Centro Annali per una Storia sociale della Basilicata, "l'ha fatta Vito Di Gianni, un contadino analfabeta di San Fele, che arrestato, disse:"Fummo calpestati, noi ci vendicammo, ecco tutto".

Oggi, a Rionero, una targa ricorda il luogo dove sorgeva la casa natale di Crocco che, ironia della sorte, è stata sostituita da un'armeria. Esiste un vero e proprio turismo del brigantaggio con percorsi tra i boschi del Vulture che conducono alle grotte e non è raro vedere la faccia di Crocco sulle insegne di qualche trattoria o sull'etichetta di birre o vini; o ancora su magliette, accendini, foulard, brocche in terracotta. Tutto un po' kitsch forse, ma sta a dimostrare che da queste parti il generale dei briganti è diventato icona, più di Garibaldi.

Resta da dire che su Carmine Crocco sono stati pubblicati decine di libri, che sono stati allestiti spettacoli teatrali, che nel 1999 Pasquale Squitieri si ispirò alla sua storia per trarne un film, …E li chiamavano briganti, per altro stroncato dalla critica, con Enrico Lo Verso e Lina Sastri.

Chi scrive invece, su Carmine Crocco ha realizzato un documentario. Quaranta minuti di interviste corredate da immagini di repertorio che cercano di raccontare, a quasi un secolo e mezzo dall'unità d'Italia, la storia di chi ha perduto. 

 

 Massimo Lunardelli

27 marzo 2009

I Comandamenti del Brigante

  
Museo di Crocco
La Tavern R Crocc

 Museo privato permanente del Brigantaggio e della Civiltà contadina
Rionero in Vulture (Pz)



I Comandamenti del Brigante


 


1.      Cercare di colpire sempre gli ufficiali e i graduati, è meglio uccidere un solo ufficiale che molti soldati (quando si colpisce la testa, le altre membra diventano inutili).

2.      Caduto l'ufficiale, gli uomini, senza direzione facilmente fuggono

3.      Non accordare mai quartiere ai feritei e ai prigionieri, ucciderli, scannarli e massacrare i cadaveri in modo da impressionare i soldati quando li ritroveranno.

4.      Il soldato quando si batterà, penserà sempre alla fine che l'aspetta se cade ferito o prigioniero e quando vedrà le brutte... scapperà...

5.      Esporre la vita per salvare un compagno, ucciderlo piuttosto che resti ferito o prigioniero dei soldati."

6.      Nei combattimenti corpo a corpo non fare le spacconate dei soldati di menare calciate di fucile; giuocare invece serrato di coltello; tirare colpi alla pancia e girarvi dentro la lama; si fanno ferite più dolorose, che si sentono subito, si vedono uscire fuori le budella, e difficilmente guariscono."

7.      Attaccare la truppa quando si ha la certezza di vincere, mantenersi nascosti, o fuggire quando non si è in numero e in posizione vantaggiosa.

8.      Mettersi tanto di notte quanto di giorno in posizioni elevate, possibilmente vicino a boscaglie, che offrono sicuro scampo, perchè i soldati difficilmente vi si internano.

9.      Non risparmiare la vita dei soldati, mai e poi mai quella degli squadriglieri; far del tutto per averli vivi in mano per poi farne strazio.

10.     Durante il combattimento qualunque atto di insubordinazione o mancata obbedienza deve essere punita dal capobanda con una schioppettata nella testa.
 





LA TAVERN R CROCC
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