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LA TAVERN R CROCC
Museo Privato
del Brigantaggio
e della civiltà
contadina

Via Mazzini, 79
Rionero in Vulture

info:
franco.loriso@tiscali.it











































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




 

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28 febbraio 2009

CARMINE CROCCO Come divenni brigante - CAPITOLO VIII – CONCLUSIONE

 

  

  
Museo di Crocco
La Tavern R Crocc

 Museo privato permanente del Brigantaggio e della Civiltà contadina
Rionero in Vulture (Pz)




CAPITOLO VIII – CONCLUSIONE

Se il lettore, mosso dalla curiosità di approfondire queste mie pagine, volesse levarsi il piacere di leggere le varie parti del mio voluminoso processo, ne avrebbe per un mese, a giudicare dalla mole di volumi di atti, che giacevano accatastati sul tavolo del Presidente nel giorno del mio processo.
«La Corte!» grida ad alta voce l'usciere, ed in mezzo ad un sepolcrale silenzio i giudici vanno a sedersi al loro posto.
«Voi Carmine Donatelli Crocco, figlio del fu Francesco e della fu Maria Gerardo di Santo Mauro, nato nella città di Rionero in Vulture, circondario di Melfi, provincia di Basilicata, siete imputato di 75 omicidi, dei quali 62 consumati e 13 mancati, e di un milione e duecentomila lire di guasti, danno, incendio ecc.».
Il processo mio si svolse come si svolgono tutti i processi di questo mondo ed io non ricordo i minuti particolari, nè ricordandoli, vorrei ora esporli, esistendo tutt'ora nell'archivio provinciale di Potenza la minuta ed esatta esposizione di tutto ciò che si disse e si lesse in quel giorno.
I giurati non ebbero pietà di me, come io non l'aveva avuta del mio simile, la legge ebbe il suo corso e l'uomo che aveva destato tanto terrore nella Basilicata, che aveva fatto spargere tanto sangue, portato il lutto in tante famiglie, chiuse il corso delle sue brigantesche gesta, dopo essersi presentato salvo ed incolume sul territorio pontificio:
È teatro per tutta la natura
Ognuno rappresenta la sua scena,
Napoleone con la sua bravura
Nell'isola morì di Sant'Elena
Così Crocco già umile pastore
Dai briganti promosso generale
Dopo lotte di sangue e di terrore
Sconta in galera lo già fatto male
Per assicurare il lettore che malgrado la strombazzata mia ferocia, io mi mostrai generoso e buono con chi non aveva mai fatto del male, vi prego di interrogare il signor Pasquale Saraceno, uno dei più ricchi proprietari di Atella, onesto, liberale e capitano nella guardia nazionale.
Ricordo, come se fosse ora la franca e leale sua dichiarazione fatta al mio processo, essendo egli stato citato quale testimone a carico.
Caduto nelle mani di una pattuglia dei miei guidati dal feroce Ninco-Nanco, il povero signor Saraceno fu condotto innanzi a me, perchè stabilissi prima la somma del suo promesso riscatto, ed a denaro ricevuto ordinassi il genere di supplizio per lui spettante, quale capitano della guardia nazionale.
Prima ancora ch'egli invocasse pietà per la sua persona, quando mi venne presentato, io mi dolsi della sua cattura ed imprecai contro la sua dabbenaggine che lo aveva spinto a recarsi per strade pericolose.
Pensai a sua madre, alla sua signora, ricordai ch'egli in altri tempi si era mostrato meco umano, e giurai tra me e me di liberarlo subito ad ogni costo.
Ho dovuto lottare contro la testardaggine di Ninco- Nanco e la ferocia dei Coppa, e poichè il signor Saraceno non aveva seco denaro, per ottenere la sua libertà, ho dovuto rendermi di persona mallevadore, che se egli non spediva 400 ducati, avrei io stesso pagato del mio, dandone 200 al Coppa e 200 a Ninco-Nanco. Ed ebbi il piacere di veder libero il signor Saraceno, anzi mi ricordo che per maggior garanzia, lo accompagnai io sin presso Atella.
Comprendo da me stesso, che molti leggendo questa rozza narrazione saranno presi, e non a torto, da un senso di ribrezzo e di nausea; ma poichè è scritto che la misericordia di Dio è infinita, io mi auguro che anche quella degli uomini sia tale, e che un sincero pentimento e 40 anni di ergastolo, possano redimere l'uomo di fronte al giudizio del suo simile e il peccatore innanzi al giudizio di Dio.
Riguardo poi a dare alla stampa questa mia autobiografia, Ella non va soggetta a veruna critica, avendo nelle sue mani l'originale scritto di mio proprio pugno; quindi faccia una savia prefazione... io la sciolgo da ogni vincolo di riguardi verso di me. Nè io posso andare sotto censura, poichè i fatti da me scritti sono riportati negli atti giudiziari, chi si crede fraudato ricorra a sue spese ai processi e sarà persuaso se io mento per millanteria, ch'anzi per vergogna mi mantengo spesso in un prudente riserbo.
Quello che mi sta a cuore il far conoscere, si è che io agii sotto l'impulso d'una forza maggiore, e che se gli uomini non mi avessero bersagliato sarei non dico un personaggio, ma un onesto pastore o contadino, un pò vivo e pronto di mano, magari un pò prepotente ma onesto.
Ripeto che tutto quanto ho scritto è l'espressione della verità pura e semplice.
La storia della mia povera madre Ella può chiarirla nel manicomio di Aversa dove la poveretta finì miseramente i suoi giorni; per quella della mia famiglia può scrivere a Rionero ove si troveranno non pochi superstiti che ricorderanno mio padre, D. Vincenzo C...., mia sorella Rosina, la mezzana Rosa, D. Peppino C... da me ucciso.
Relativamente ai fatti del brigantaggio, io non ho esagerato mai, del resto rovistando negli archivi dei comuni da me devastati si troverà scritto di me più di quanto io abbia ora detto scrivendo.
Lo scontro di Toppacivita da me minutamente e dissusamente descritto, siccome quello meglio ricordato per la vittoria avuta, potrà essere confermato dal proprietario stesso del bosco, il signor Filippo Decillo di San Fele, che mi auguro sia ancora al mondo, per quanto nulla abbia mai avuto a che fare con lui.
Nel fatto d'armi al Molino dell'Aciniello presso Stigliano, pure da me ricordato con minuti particolari, Ella potrà scrivere al signor Michele Del Monte od ai suoi eredi, in caso di morte, ed avrà a chiare note quanto colà successe il giorno 19 novembre 1861.
Per tutto il periodo in cui agii di conserva con Borjes, vi devono esistere memorie storiche perchè lo spagnuolo prendeva continuamente appunti che spediva al suo comandante in Ispagna.
Col diminuire dei brigantaggio cessarono le grandi imprese, dal 1862 al 1864 non ricordo i mille episodi della mia vita brigantesca, per cui mi sono limitato a citarne saltuariamente qualcuno, i più importanti e caratteristici; gli altri molti saranno certamente stati ricordati da qualche scritto di quei tempi, o meglio risulteranno dai rapporti ufficiali che i Comandanti e le Zone militari avviavano al Ministero della guerra.
Le mie famose escursioni per la Capitanata, pel Barese, pel Leccese, nell'alto Molise, ecc., hanno lasciato ricordi atroci, onde non vi sarà paese che non ricordi maledicendo le devastazioni del rinomato capobanda Crocco.
La prego perciò illustrissimo signor..... di non mettere da parte questo mio scartafaccio; esso ben corretto, da colui che ha il dono della scienza e delle lettere, diverrà se non dilettevole, di certo interessante e meritevole di esser letto. Mi siano perdonate le parole improprie e sconvenienti, le prime sono da attribuirsi alla mia scarsa cultura, le seconde al mio sentito dolore, e prego correggere in modo ch'esse non offendono la dignità della stampa.
Non è desiderio di trasmettere ai posteri il ricordo delle fatte uccisioni che mi spinge a pregarla di stampare questo mio scritto. Noi oggi leggiamo gli scritti di secoli remoti e dalla narrazione dei fatti avvenuti si traggono ammaestramenti avvenire; chi nol sa che fra mille anni questi miei scarabocchi possano servire a qualche cosa, che ora noi neppure pensiamo. Che sorga qualcuno, fra tanto crescente progresso intellettuale, che comprenda quello che io cercavo, e facendo la storia del duemila e duecento circa uomini scannati per uno solo, trovi un efficace rimedio che valga a rigenerare il genere umano. Nè credo che in questo manoscritto difetti un tema che
possa dar soggetto a scrivere molte cose.
Quel povero monco che dopo aver servito il paese combattendo a lena, a Vienna, alla Beresina, torna in patria senza una gamba ed è costretto a guardar pecore e mangiar ghiande per vivere, e ciò non pertanto raccontando ai giovani la sua storia, raccomanda d'essere onesti sempre e di accontentarsi del poco ben guadagnato e ripudiar il molto di provenienza equivoca, è tema che offre vasto campo a serie meditazioni coi giorni che corrono.
Nè credo sia da trascurarsi il pensiero gentile in briganti feroci di dare al rogo il corpo dell'assassinato Pio Masiello e spargerne al vento le ceneri, perchè possano gridare vendetta contro il fratricida Caruso.
Ed infine, mi pare soggetto utile l'esempio di Francesco Attanasio sei volte omicida, che ruba per lasciar soldi alla chiesa ed ai poveri, mentre lascia impunemente condannare innocenti incolpati dei reati ch'egli commise.
Io non ho mai potuto comprendere come sia composto il consorzio sociale; so che il disonesto nessuno lo può vedere, tutti lo fuggono, la legge non lo capisce….. e poi si chiama scellerato colui che lo assassina….. e non si vuole affatto comprendere come non tutti gli uomini siano degni di vivere.

Carmine Donatelli Crocco

27 febbraio 2009

CARMINE CROCCO Come divenni brigante - CAPITOLO VII – LA FUGA E LA PRIGIONIA

  

  
Museo di Crocco
La Tavern R Crocc

 Museo privato permanente del Brigantaggio e della Civiltà contadina
Rionero in Vulture (Pz)



CAPITOLO VII – LA FUGA E LA PRIGIONIA



Fra i codardi che ci abbandonarono per presentarsi alle Autorità, il più vile fu certamente Giuseppe Caruso. Questo scellerato Caino, dopo di aver consumato il fratricidio si presentava, con altri suoi perfidi compagni, e dopo pochi mesi veniva liberato dal Governo. Quindi alla testa della truppa incominciò la caccia dei suoi campagni, e in pochi mesi rese al governo quel servizio che non ebbe mai dal poderoso esercito.
Caruso il vile assassino di Pio Masiello, contribuì all'uccisione dell'unico fratello suo, e quel sangue grida ancor oggi vendetta contro di lui, ora libero ed impiegato regio, dopo di aver sulla coscienza 124 omicidi, fatti nel corso di quattro anni di sua carriera brigantesca.
Ma doveva essere così; le sante parole dei parroco Leonardo Cecere dovevano avverarsi «i tristi uccidono i tristi» però quel vile mercenario, quell'anima venduta, non ebbe il piacere di vedermi preso per opera sua, e deve all'infamia della Curia Romana, la fortuna di aver potuto assistere, da libero cittadino, alla mia condanna capitale.
Iddio è giusto, ed io nell'altro mondo farò di lui, quello che fece Ugolino dell'arcivescovo Ruggeri.
Caruso divenuto il consigliere del generale Pallavicini spiegò come doveva essere fatta la guerra brigantesca; egli conoscitore intimo dei nostri più reconditi ricoveri, delle abitudini nostre, dei confidenti, dei manutengoli, postosi a capo della truppa contribuì alla nostra dissoluzione.
Fu per suo consiglio che si istituirono i cosiddetti posti militari collocati agli sbocchi e nelle vie tra un bosco all'altro, e che fummo di poi attaccati ne' nostri sicuri nascondigli dalle truppe poste a' suoi ordini.
Ma la sua sagacia, la sua fine astuzia, il livore del nero animo suo, non ebbero frutto contro di me, ch'io potei sempre sfuggire al suo accanito inseguimento.
Un giorno circuisce la grotta ove sono ricoverato, e non ricorda l'ingenuo che quella grotta ha due uscite e mentre mi vuole morto di fame, sente che io sono già al sicuro sulla vetta del monte che porta l'esecrato suo nome.
Avvilito, derelitto, m'insegue coi suoi a monte Caruso ove ci attacca col fuoco dei fucili rigati, e quando certo di avermi ucciso, vuol portare in trionfo il mio cadavere, si accorge, ma tardi, che il morto non sono io, ma il mio servo vestito dei miei panni da generale. E così di seguito gli sfuggo all'Ofanto quand'egli serve di guida a migliaia di soldati, e giunto salvo nel bosco di Sassano, mentre egli intontito da tanto mio ardire e fortuna non sa capacitarsi che io non sia caduto in suo potere.
Siamo alla fine di giugno 1864, riuniti in dodici fidi amiconi contempliamo mesti e rattristati il cadavere del nostro fiero compagno d'armi Pio Masiello. Egli giace esamine sul ciglio di un fosso; ha l'occhio spento, le labbra livide, i denti stretti e le mani rattrizzate.
Il suo petto è squarciato da diverse profonde ferite di pugnale. Ai piedi suoi sta il suo fucile scarico. Caruso trionfa.
Ninco-Nanco, Masiello, Rocco Serra, Grippo, La Rocca sono morti, altri son prigionieri, che ci rimane se non morte o galera!
La mia legione di valorosi e temerari compagni si era assottigliata enormemente.
Dei duemila uomini già un dì miei dipendenti, nell'anno 1864 eravamo ridotti a cento e sedici tutti feriti da due sino a cinque volte. Dei rimanenti per compiere la cifra, ottantasei caduti vivi nelle mani della forza, sedici fucilati, cento e venti presentati spontanei, gli altri morti tutti colle armi alla mano.
Mi accorsi, con vivo cordoglio, come la mia stella fosse vicina al tramonto;
l'ombra minacciosa del Caino Caruso cominciava ad impensierirmi; il Melfese già teatro della lotta e forte baluardo all'accanito inseguimento, era divenuto luogo insicuro per me; vedevo in ogni persona, fra gli stessi compagni di mestiere, un traditore, un vile capace di vendere la mia persona per aver mitigata la sua pena; aggiungasi a tutto ciò le energiche disposizioni date dal generale Pallavicini per accellerare la nostra cattura, e non sarà difficile farsi un'idea del mio stato d'animo in quei giorni.
Scampato miracolosamente a Monte Caruso ed all'Ofanto dopo di aver perduto i migliori fratelli, riunii i più fidi al bosco di Sassano per combinare sul da farsi. Furono vari e disperati i pareri, e tra i tanti, prevalente per numero, quello di riunirsi compatti contro Caruso per vendicare il nostro compagno Masiello.
Di parer contrario, per la difficoltà di stare raccolti in forte massa, senza incappare continuamente nella forza, feci nota la irremovibile decisione presa di ritirarmi in Roma lasciando ognuno libero di sè.
La sera del 28 luglio 1864 dodici uomini montati sopra superbi cavalli pugliesi, nei pressi del comune di Monteverde, provincia di Avellino, sfidando per l'ultima volta la truppa del R. Esercito italiano, poi per la strada nazionale calmi ed orgogliosi passano rasente le mura della città di Lacedonia giungendo verso sera in vistad'Ariano di Puglia. Camminano quegl'intrepidi cavalieri per città e villaggi percorrendo tratturi nascosti, il fitto dei boschi, lungo il letto di fiume, superano ostacoli seri, affrontano gravi pericoli, risoluti di giungere sul suolo pontificio.
Sciagurati dove andate? A chi prestate fiducia? Qual pensiero vi guida? Tornate nelle vostre selve, alle macchie vostre, ite lungi dai principi dei sacerdoti imperocchè dessi sono più vili e traditori degli antichi giudei!.....
Dei dodici cavalieri sette caddero malati per via e assaggiarono il piombo dei governo, io ed altri quattro scendemmo a Roma.
Da uno dei sette colli spedii ad un diplomatico una raccomandatizia avuta da un signorone meridionale, che non nomino per non offendere la sua memoria.
Quegli mi rispose dandomi consiglio di presentarmi al governatore del Papa Re, cosa che io feci tosto.
Che fece il gran Pio IX? ci seppellì alle carceri nuove di Roma, poscia ci trasferì alle carceri di San Michele a Ripa sempre chiusi in cella di rigore.
Alle tante e reiterate mie suppliche per essere consegnato al governo d'Italia, non fu risposto mai. Chiesi di avere un pò di denaro del mio (sequestratomi all'atto del- l'arresto) per supplire al magro vitto, n'ebbi in risposta dall'esecrato monsignore Randi Lorenzo, governatore di Roma, «e quando sarai libero come farai a vivere se ora consumi i tuoi denari?».
Il Santo Padre ricevendo nel suo regno la mia persona doveva dire: «Tu hai toccato le mie vesti, hai baciato la mia pantofola ti siano rimessi i tuoi peccati»; quindi doveva scrivere così a S. M. Vittorio Emanuele Re d'Italia: «Carissimo figlio. Si è costituito a me un gran peccatore, Carmine Donatelli Crocco. Io come padre dei figli cristiani gli ho perdonato i suoi peccati affinchè non vada all'inferno per l'eternità, tu, figlio mio, come Re cristiano, puniscilo ma lascialo in vita affinchè nella carcere abbia mezzo di ravvivare il suo senso morale e chieda a Dio il perdono dei male fatto su questa terra, e così colla mia e tua virtù lo manderemo pentito al giudizio finale».
Ciò non fece, quindi ho il diritto di maledire la sua memoria, il suo triregno e la sua scellerata curia. Voi nobili figli d'Italia, avete conosciuto ed amato il Re Vittorio Emanuele della Casa Sabauda. Vi basta l'animo di credere che dopo la raccomandazione del Papa, mi avrebbe fatto giustiziare egualmente?
Dopo 31 mesi di carcere duro nutrito con una libbra di pane al giorno ed una zuppa di legumi, fui mandato in Francia.
Pio IX per non dar dispiacere al ex Re, che io avevo servito, e che mi aveva suggerito di presentarmi a Roma traendo ragione ch'io ero suddito del Re Gioacchino Murat, mi fece rilasciare dall'ambasciata francese un passaporto per l'Algeria e mi spedì sul territorio francese.
In Francia fui arrestato e per tre mesi godetti le delizie del carcere straniero tormentato da insetti comuni, e da un digiuno forzato. Dopo l'andirivieni di note diplomatiche tra le Corti di Roma, Firenze, Parigi, sul diritto della mia persona, Napoleone III, salvando capra e cavoli, da Marsiglia mi ritornò a Roma a disposizione del Pontefice. Dopo poco tempo venni mandato alle carceri di Paliano, ove fui caricato di catene e chiuso nella torre di quella Rocca, per dar principio al secondo digiuno, che durò fino al settembre dei 1870.
Sapete perchè non fui consegnato al governo italiano? Perchè consegnando me dovevano consegnare la somma di lire 19.800 che io avevo indosso all'atto dell'arresto, e questa somma che non fu data a me come non fu data al governo, come di dritto, finì nelle tasche di qualche monsignore ladrone.
Finalmente verso la fine di settembre 1870 giunse a Paliano un battaglione del R. Esercito italiano. Alcuni ufficiali memori delle mie gesta, altri che mi avevano combattuto nel 1861-62, vennero a visitarne nella cella di rigore, e forse mercè loro mi si tolsero le catene ed ebbi il permesso di prendere aria.
Il generale Lanzavecchia mi fece togliere dalla cella di rigore passandomi in altra cella spaziosa e piena di luce ove ebbi consegnato un letto da infermeria, vitto da ammalato, ma abbondante, e di allora in poi fui trattato con mille riguardi, che la bontà umana suole somministrare a quei sciagurati che sono alla vigilia d'una pena capitale.
Fu in quei giorni ch'io piangevo sempre; piangevo non per paura della morte, unico rimedio al mio soffrire, ma bensì per gratitudine e piango ancora adesso che scrivo, per le tante misericordie avute da coloro che io uccidevo come nemici.
Restai a Paliano sino al giorno 23 giugno 1871; la sera di questo giorno arrivai a Caserta. Quivi una folla di curiosi aspettava alla stazione per ammirare il famoso generale dei briganti; nella prigione, in attesa di proseguir il viaggio, ebbi l'alto onore di ricevere le visite di molti signori, mossi dalla curiosità di conoscere di persona, questa belva feroce che si chiamava Crocco.
Da Caserta passai ad Avellino sempre scortato dalla benemerita e trattato cristianamente dai bravi carabinieri.
Nelle carceri di Avellino stetti rinchiuso tredici mesi ove subii continui interrogatori con un giudice istruttore che mi sembrava il messia della giurisprudenza.

Ogni giorno passavamo in rassegna due o tre voluminosi processi, esaminando ad una ad una le imputazioni, verificando le date, i luoghi e le persone.
Con mio rammarico lasciai la carcere di Avellino ed il 27 luglio 1872, scortato da un maresciallo e da quattro carabinieri, arrivai a Potenza. Quivi non trovai curiosi, ma bensì minacciosi figli di quella plebaglia che io avevo comandato.
La notizia del mio arrivo aveva attirato sulle vie i sedicimila abitanti della città, mancava S. Gerardo eppoi c'erano tutti. A maggior soddisfazione di quei cittadini, già da me malmenati, giunti a Porta S. Lucia mi fecero discendere dalla carrozza ed a piedi, percorrendo la strada Pretoriana, fui condotto alla caserma dei carabinieri reali e di là alle carceri giudiziarie in attesa del mio processo. Finalmente il 14 agosto 1872, giorno da me poco desiato, si aprirono le sale della corte di assise, ed i giurati che furono chiamati a giudicare questo gran reo, che ora rassegnato ed umile scrive la sua storia.
Il pubblico numerosissimo è trattenuto a stento dai carabinieri e da un picchetto di soldati; tutti sono curiosi di vedere in viso il famoso generale della reazione delle orde brigantesche del Melfese; ognuno vuoi sentire la lettura del lungo atto di accusa, l'enumerazione delle centinaia d'imputazioni poste a suo carico, le testimonianze che aggraveranno i reati consumati, le discolpe dell'imputato, la terribile requisitoria del Pubblico Ministero, le blande difese degli avvocati, l'imparziale riassunto dei Presidente ed infine il verdetto dei giurati.

24 febbraio 2009

CARMINE CROCCO Come divenni brigante - CAPITOLO VI – ATTACCHI ISOLATI

  

  
Museo di Crocco
La Tavern R Crocc

 Museo privato permanente del Brigantaggio e della Civiltà contadina
Rionero in Vulture (Pz)


CARMINE CROCCO
Come divenni brigante





CAPITOLO VI – ATTACCHI ISOLATI

Ritorno alla macchia di Toppacivita, campo di mia vittoria. Ma oh caso strano, essa era sparita! non restava che la terra smossa.
Il generale Della Chiesa con tre battaglioni di bersaglieri e con artiglieria e
cavalleria era giunto in Rionero. Alla macchia di Toppacivita, durante la mia assenza, s'era annidiata una banda di ottanta briganti capitanata da un certo Pio Masiello; costui aveva mantenuta la posizione ed il terrore nel distretto stante la deficienza di soldati. Il generale colla sua forza attaccò la posizione iniziando il tiro colle artiglierie; allo scoppio delle granate i briganti se la dettero a gambe, chi non fu ucciso, cadde poi prigioniero e la banda fu distrutta. Il generale avendo riconosciuto che quella posizione nelle mani dei briganti arditi e numerosi, era un forte pericolo per Rionero e paesi vicini, ne decretò la distruzione. Con pubblico bando diè libertà ai contadini di recarsi liberamente a far legna in quella macchia e così in men che non si dica la boscaglia del signor Filippo Decillo di San Fele divenne un bel campo raso.
Bisognava cercare altro quartiere che non fosse quello di Toppacivita.
L'inverno s'avanzava a gran passi, noi eravamo in tutti 2180 uomini e 340
cavalli. Ci dividemmo in sei frazioni principali, e costituii un'altra ventina di piccole bande dai 12 ai 20 uomini; questi avevano ognuno il proprio capo, potevano bivaccare a loro bell'agio, lavorare per conto proprio per buscarsi il pane ed in caso d'inseguimento dovevano rientrare alla banda principale dalla quale erano usciti.
Io presi quartiere nei boschi di Castiglione, Sassano, Pesco di Razza e Pietra
Palumba, questa vasta estensione di boschi erano proprietà del Comune di Calitri, Carbonara, Aquilonia e di Monteverde, tutti paesi senza truppa, presidiati dalla debolissirna guardia nazionale.
La 2a banda prese posto sulla destra del fiume Ofanto nell'interno del bosco di Monticchio, sotto la dipendenza della città di Melfi ove vi erano tre compagnie di guardia nazionale, bastanti appena al servizio della città e delle carceri.
La 3a banda prese quartiere nel bosco di Monticchio ma non sopra il fiume
suindicato bensì sopra la fiumana di, Atella, ed aveva questo paese, senza forza, a due miglia.
La 4a banda occupò il bosco di Boceto, la 5a quello di S. Cataldo e la 6a la
boscaglia di Lagopesole.

Tutte queste bande erano, così ben scaglionate che in poche ore si potevano
riunire; in pochi giorni costruirono ciascuna capanne, blinde, stalle, baracche, cucine da mietitori e requisirono caldaie, barili, secchie.
Per vivere, requisizione forzata di buoi, capre, pecore, visita alle cantine delle masserie limitrofe per provvedere il vino e per acqua quella dei pozzi e l'altra che ci veniva dal cielo; chi pagava era il..... piombo.
Eravamo in dicembre e cominciammo a scannare i maiali, fin allora assai grassi per aver pascolato nei boschi ove abbondava la ghianda. Il quartiere generale era il mio, 480 persone, 40 cavalli ed oltre 100 cani d'ogni razza grossi e quasi feroci.
Dai primi di dicembre 1861 al 5 maggio 1862 non vi fu cosa che meriti di essere riferita, giacchè non fummo affatto molestati. Città e paesetti per ordine del governo fecero il cosiddetto stato d'assedio, proibendo al popolo di sortir fuori sotto pena di morte a chi disubbidiva. Così passammo l'inverno senza essere disturbati e fu veramente una fortuna, poichè quell'anno vi fu un'invernata terribile, che non si ricordava l'eguale. Era caduta tanta neve che non si poteva camminare; ciò fece dire ai giornali che il brigantaggio era distrutto e morto di fame, mentre noi briganti eravamo sani e forti come tanti tori, senza le corna però.
Col finire dell'inverno dovendo le terre essere lavorate, fu giocoforza permettere ai contadini il ritorno ai loro campi; ma ordini severissimi proibivano a chiunque di portare pane e viveri più del necessario al proprio sostentamento. Si credeva con ciò farei arrendere per fame e non si sapeva, o meglio si fingeva non sapere, che i signori per avere da noi meno male, avevano posto a nostra disposizione le ricche masserie colla condizione «mangiate, bevete ma non distruggete».
Se qualcheduno si mostrò restio nel venirci in aiuto, pagò a caro prezzo quel
suo rifiuto e vi vide distrutti in- teri campi di grano, e armenti di pecore. Col ritorno dei contadini la campagna riprese il suo aspetto normale, noi ritornammo, come pel passato a ricevere confidenze ed informazioni. Non mancarono tra tanti contadini, le spie dei governo ma queste portavano scritto in fronte la parola infame Ce ne capitarono parecchie tra i piedi, ed ebbero la mercede dovuta alla loro professione.....
un solo colpo ben mirato.....
Sul finire di marzo 1862 il distretto di S. Angelo dei Lombardi e quello di Melfi fecero d'accordo unione delle forze per darci la caccia. Avvertiti dai confidenti ci preparammo a difesa occupando il più fitto dei boschi.
Fummo attaccati in vivo fuoco dalle truppe e dalle guardie nazionali senza
risultati, poichè favoriti dalla conoscenza dei luoghi, sfuggimmo agli assalti pericolosi, vendicandoci nelle pattuglie isolate smarritesi per mille sentieri di quelle folte ed immense boscaglie.
La caccia ai briganti, specie nel Melfese, fu dapprima fiacca e debole, causa la deficienza di truppe regolari, e ciò fu incitamento al moltiplicarsi dell'orda brigantesca.
Piccole vittorie nostre negli scontri contro le truppe, il grande appoggio, materiale e morale ricevuto dai reazionari e dal clero, ci entusiasmarono facilmente, onde spesse volte ebbri di sangue e di ferocia, dopo inaudite barbarie, ci credemmo sul serio padroni dei luoghi e dei momento.
Quando però l'impero della legge cominciò a prevalere nelle campagne e nei
paesi, e le popolazioni compresero la necessità di accettare le leggi del nuovo governo, e ne toccarono con mano i benefici, allora la lotta contro di noi si fece viva, insistente e più tardi accanita. Sfruttati i paesi posti alle falde del Vulture, resa insidiata e mal sicura la nostra presenza a Monticchio e boscaglie limitrofe, nel maggio 1862, organizzati in piccole bande lasciammo le nostre residenze abituali.
Divisi in diverse bande noi avevamo del pari divise le zone nel limite delle quali le bande stesse dovevano operare senza che una intralciasse l'opera dell'altra.
Talvolta si fissava qual punto di riunione un paese di lontana provincia di Bari, Campobasso, Lecce, Foggia, Avellino e che so io, e le masnade tagliaggiando, aggredendo, imponendo taglie e ricatti percorrevano diverso itinerario, riunendosi in giorno determinato nel luogo prestabilito, per compiere tutti uniti un ideato progetto.
Però coll'aumentare delle forze regolari e coll'ordinarsi delle guardie nazionali, si dovette limitare l'azione nostra restringendola a più modeste proporzioni; non più attacchi di paesi fatti a viva forza, non più larghi avvolgimenti di centri importanti utilizzando numeroso stuolo di cavalieri, ma aggressioni di viandanti, assalti di corriere postali, occupazione di piccolissimi villaggi, di masserie isolate, deludendo con astuzia e con rapide fughe gli scontri colle truppe, salvo a provocarli quando l'enorme disparità delle forze ci faceva sicuri d'una facile vittoria.
Attacchi parziali n'ebbi a centinaia, non mi ricordo le date ed i luoghi con
precisione, poichè in quei giorni non prendevo appunti, nè mai potevo supporre che dopo 40 anni, dall'oscura carcere ove sconto la pena dei lavori forzati in perpetuo, avrei un giorno scritta l'istoria della mia vita brigantesca.
Espongo, perciò, senz'ordine cronologico, quanto mi si affaccia alla memoria
lasciando da parte il futile ed il superfluo. Mi ero unito a Caruso al bosco della Grotta non molto lontano dal paese di Serracapriola, quando fummo sorpresi al bivacco da un battaglione del 36° fanteria ed a stento dopo aspro combattere potemmo salvarci nell'interno della boscaglia, lasciando morti parecchi dei nostri e quel che più monta le nostre mule cariche delle fatte requisizioni.
Mentre mi ritiravo per l'alto Molise ebbi notizia che un distaccamento di
cavalleggeri Lucca occupava una masseria isolata; per vendicare lo scacco avuto ed il perduto bottino decisi circondare di nottetempo la masseria e coi cavalli della truppa supplire le mule lasciate al bosco la Croce.
Disposto all'ingiro i miei gregari ordino di circuire la masseria col mandato di
attaccare all'alba. Ed all'apparire del giorno non appena escono i primi soldati per attendere alla pulizia personale partono dai miei i primi colpi, indizio dell'attacco.
Sicuro della sorpresa comando di restringere l'accerchiamento, ma trovo una
difesa inaspettata; dalle numerose finestre quei prodi ci scaricano addosso le loro carabine e rispondono con dileggio alle mie intimazioni di resa.
Per risparmiare i miei, dopo un fuoco di fucileria, durato per molto tempo,
ordino di incendiare la masseria utilizzando l'abbondante paglia ivi ammucchiata e le numerose fascine di rami d'ulivo.
Ma il fuoco, il fumo asfissiante non spaventano quei pochi soldati che
continuano a sparare contro di noi, mentre la tromba dall'alto della specola, suona incessantemente la carica.
Il frastruono dei colpi, i segnali di tromba, il fumo, le fiamme danno l'allarme, qualche spia è corsa al paese di Rotello ad avvertire la truppa, e, quando già stavamo per cogliere il frutto delle nostre fatiche, siamo assaliti al grido di «Savoia» da una compagnia del 61° fanteria e costretti alla fuga per avere salva la vita lasciando sul posto diversi morti ed una decina tra feriti e prigionieri.
Un giorno, verso la metà dell'ottobre 1861, a capo della mia banda sostenni un fiero combattimento nei pressi della masseria Gaudiano in territorio di Lavello, contro il 3° squadrone dei lancieri Milano, due compagnie del 62° fanteria ed una compagnia di guardia mobile.
Eravamo a bivacco nel bosco in attesa dell'alba per tentare un'aggressione
contro la corriera postale, che portava all'esattoria provinciale una grossa somma di denaro. Si sapeva che la corriera doveva essere scortata da un buon nerbo di cavalleria, ma l'ingordizia del ricco bottino ci aveva resi baldanzosi e temerari da non misurare il pericolo di cozzare contro numerosa forza armata.
Avevo ai miei ordini oltre centocinquanta gregari, dei quali più della metà erano a cavallo; la conoscenza profonda e particolare della località, le informazioni precise delle nostre spie, facilitavano il compito nostro.

L'assalto alla corriera fu rapido e risoluto, ma di un tratto ci trovammo
circondati da uno squadrone di cavalleria, mentre sbucavano dai campi attigui la fanteria e la milizia mobile colle baionette in canna a passo di corsa.
Alla vista di tanta forza, ordinai di prendere posizione sull'alto del ciglio della strada, al sicuro della cavalleria, e con un nutrito fuoco in ritirata poi, internarmi nel più fitto del bosco. Quell'attacco fu per noi un disastro, poichè lasciammo sul terreno oltre quaranta persone tra morti e feriti.
Caddero pure prigionieri otto o dieci dei nostri, che vennero immediatamente
passati per le armi, e tra questi la moglie del mio amico Teschetta, che seguiva la banda vestita da uomo.
Ricordo la triste fine del mio fido compagno il fratello di Volonino, ucciso da un prode bersagliere dell'11° battaglione.
Ero di ritorno da un'esplorazione eseguita verso il paese di Candela, quando mi venne segnalato l'approssimarsi di un distaccamento di bersaglieri rinforzato da un plotone di ussari. Ordinai la ritirata e di galoppo guadagnai la sponda opposta dell'Ofanto, internandomi tosto nel fitto del bosco. Una pattuglia fiancheggiante, comandata dal Volonino, sorpresa all'improvviso non ebbe tempo di salvarsi utilizzando il guado da noi conosciuto, e per non cadere nelle mani della truppa affrontò la corrente in un punto pericoloso. A tal vista gli ussari che inseguivano si arrestarono sparando addosso ai miei le loro pistole; disgraziatamente il cavallo del Volonino guadagnata la corrente avvicinandosi alla sponda cominciò ad affondare nel fango. Ratto come uno scoiattolo un bersagliere si spogliò nudo e col fucile impugnato affrontò, malgrado il rigore dei freddo, le acque dell'infido fiume, raggiunse il brigante, lo uccise con un tremendo colpo di baionetta al petto, e ritornò all'opposta riva trascinando cavallo e cavaliere.
Ho percorso colla mia banda le deliziose pianure di Foggia, la terra di Bari, la
marina di Basilicata, mi sono spinto fin sotto a Lecce, a Ginosa, Castellaneta,
compiendo ovunque depredazioni e ricatti, talvolta sfuggendo le truppe, tal'altra attaccando all'improvviso, spesso coll'agguato e coll'insidia. Ferito quattro volte, ho visto cadere ad uno ad uno i miei più fidi, ebbi dolorosi abbandoni da compagni già carissimi, che preferirono la vita sicura dell'ergastolo che la morte sul campo o la fucilazione alla schiena e da ultimo fui tradito da quel Caino fratricida di Giuseppe Caruso, ma, non accelleriamo gli avvenimenti, parlerò di ciò a tempo opportuno.
Nel giugno o nel luglio del 1862 una parte della mia banda, oltre 100 cavalieri
agli ordini di Donato Tortora, aveva avuto incarico di aggredire la corriera postale che da S. Fele per Atella conduceva a Rionero. Informazioni segrete ci avevano fatto conoscere come in quel giorno viaggiasse un impiegato dell'ufficio dei registro di Melfi con una considerevole somma di denaro, frutto di esazioni fatte in diversi paesi.
Sapevamo che normalmente quella corriera era scortata da pochi uomini di
fanteria, ma nella supposizione che in quel giorno sarebbe stata aumentata la scorta, volli che Tortora movesse all'impresa con buon nerbo di miei per non tornarsene colle pive nel sacco.
Appostati lungo il letto del torrente Levata, al coperto dalle ripidissime sponde, stavano i miei pronti a sbucare fuori sulla strada, nei pressi di Ponte Vecchio, non appena la corriera fosse ivi segnalata, sicuri di mettere in fuga quel caporale e pochi soldati che servivano di scorta alla carrozza.
Ed infatti non appena giunse la corriera al punto indicato i miei uccidono con un colpo di fucile il vetturale ed accerchiata la carrozza si danno attorno per raccogliere il denaro che si sapeva ivi depositato.
Camminava la scorta alquanto distante ed era in quel giorno costituita da una
quarantina di soldati dei 62à fanteria comandati da un sergente. Il colpo di fucile, che dall'alto dell'imperiale aveva fatto ruzzolare a terra il vetturino ferito mortalmente alla faccia, destò l'allarme nel piccolo distaccamento, che di corsa colle baionette in canna si slanciò all'assalto.
Accolto a fucilate dai miei, il distaccamento si arrestò e rispose coi fuoco, poscia accortosi che si cercava di avvolgerlo, il sergente ordinò di abbandonare la strada e si recò in posizione su d'una piccola altura presso la rotabile nella regione Gaudo, di dove cominciò a tempestarci con un vivissimo fuoco.
Durò per più ore la lotta ed ogni qualvolta i miei in numero compatto cercavano caricare quel nucleo di valorosi erano accolti al grido di «Savoia» e caricati a loro volta colle baionette.
Dopo due ore, Tortora non essendo riuscito a mettere in fuga la truppa, nel
timore di rinforzi che potevano giungere dalla vicina Rionero, volse le spalle e rientrò al bivacco avendo lasciato sul luogo dello scontro una ventina di briganti tra morti e feriti gravemente.
Sul finire dei 1862 unicamente alla banda di Caruso nel bosco la Grotta nel
Molise sostenni l'attacco di una compagnia del 36° fanteria rinforzata da 100 uomini di guardia nazionale.
Informati dell'avanzarsi della colonna, con simulata fuga di pochi dei nostri,
attirammo la truppa in un terreno fangoso e disagevole dove a stento si riusciva a camminare. Quando la compagnia si fu internata in quella specie di pantano noi, sbucammo all'improvviso divisi in squadre e di galoppo ci gettammo sui soldati che risposero al nostro fuoco sparando contro di noi circondati e massacrati, senza che se ne salvasse uno solo.
Il tenente, preso vivo, fu legato ad un albero e passato per le armi; il capitano, che seppi di poi chiamarsi Rota, ferito al braccio da un colpo di fucile, ebbe il coraggio di spararsi alla tempia un colpo di rivoltella.
Padroni del campo spogliammo e depredammo i cadaveri, i più tristi, sollecitati dal Caruso, compirono atti osceni deturpando i poveri morti; dopo di aver raccolto i nostri compagni caduti e dato loro sepoltura sul posto, ci ritirammo nel fitto della boscaglia a dividere lo scarso bottino. Più tardi giunsero numerosi rinforzi, e noi a tempo avvertiti ci disponemmo a ritirarci, decisi di cambiar sede in cerca di altre avventure.
Ricordo come se fosse ora il terribile scontro avvenuto nei pressi di Rapolla in una nebbiosa giornata del mese di novembre, con uno squadrone di cavalleggeri Saluzzo.
Dall'alto di S. Paolo ove la banda era a bivacco fummo avvertiti che la cavalleria da Barile giunta a Rapolla, mirava guadare la Melfia, raggiungere regione Spineventola, e di là muovere all'assalto coll'accerchiamento.
Protetti da una nebbia abbastanza fitta, forti del numero e della facile sorpresa, noi decidemmo l'assalto al momento del guado.
E l'urto fu terribile e sanguinoso e dopo aspra lotta fummo posti in fuga
lasciando nel letto del torrente buon numero di morti e non pochi prigionieri.
Quella sconfitta gridava vendetta all'addolorato mio spirito, e vendetta completa e terribile ottenemmo nel marzo 1863 contro lo stesso squadrone.
Venti soldati guidati dal tenente Bianchi partiti da Venosa in servizio di pattuglia erano giunti presso Melfi e lasciata la via principale si erano internati per un sentiero del bosco costeggiante le sponde d'un fosso assai profondo.
Le nostre spie ci avevano avvertito della partenza da Venosa di codesto
minuscolo plotone e noi dall'alto dei nostri nascondigli ne avevamo seguito quasi a passo a passo le mosse, attendendo il momento opportuno per attaccarlo.
Appostati nel fitto della macchia, protetti dalle nodose piante e dai folti roveti, ad un dato punto, quando i soldati tranquillamente camminando per uno si
avanzavano lenti ed inermi, ad un segnale convenuto partì una tremenda fucilata.

Colti all'improvviso, a breve distanza caddero oltre metà, e prima che avessero tempo di porsi sulle difese, una seconda salve di fucile risuonò atrocemente per il bosco, facendo cadere al suolo i superstiti. Chi non mori di fucile fu scannato di coltello o di pugnale. Il tenente ancor vivo ed il sergente ebbero, per opera del Teodoro, staccata la testa dal busto e queste vennero inchiodate ad un albero colla scritta ”Vendicati i caduti di Rapolla».
Il Tortora ed il Teodoro compirono in quel giorno atti di feroce barbarie verso i soldati caduti, nè io potetti imporre la mia volontà di non far scempio dei cadaveri, inquantochè, leggermente offeso da uno scoppio di canna di fucile, dovetti starmene nell'interno del bosco e medicare la piccola ma dolorosissima ferita.
E poichè ho ricordato gli scontri avuti colla cavalleria non posso passare sotto silenzio la miseranda fine di un altro plotone di cavalleggeri al comando del tenente Borromeo.
Eravamo in luglio; in una serata soffocante dopo un sole canicolare, fummo
informati dell'avvicinarsi in Melfi di un plotone di cavalleria; venne deciso l'agguato: Tortora, Caruso, Teodoro colle rispettive bande, ebbero l'incarico di preparare il tranello, e, scelto per appiattamento una fitta siepe, che fiancheggiava la strada, ivi appostarono i loro uomini, mentre una ventina di altri a cavallo si erano rinchiusi in un cortile di una casa colonica.
Quando la truppa, inconscia dell'insidia, sfilando di passo per la strada
polverosa giunse all'altezza dell'appostamento, i briganti aprirono il fuoco e con replicate scariche rovesciarono al suolo gli arditi cavalieri, mentre gli altri briganti a cavallo, usciti a loro volta dal nascondiglio, finirono col pugnale e colle pistole quelli che erano semplicemente feriti. li tenente rimasto vivo per miracolo dovè la sua salvezza alla velocità del suo superbo cavallo. Inseguito a gran carriera sino sotto le mura di Venosa, egli potè a stento salvarsi dall'accanito inseguimento di Teodoro, e dai cento colpi sparatigli alle spalle.
Duolmi l'essere incapace di scrivere dettagliatamente tutti gli episodi della mia vita brigantesca negli anni 1862, '63 e '64. Ricordo che le nostre bande erano il terrore e la disperazione delle Puglie, della Basilicata e della Campania. Colà cavalleria, fanteria, bersaglieri, guardie mobili ungheresi sguinzagliati contro di noi non riuscirono a domarci. Quante chiamate non ebbi io da Generali, Prefetti, gran signori per indurmi alla resa, ma lo spavento della galera in vita ben più terribile della morte combattendo, ebbe ognora il sopravvento.

Al bosco di Lagopesole ebbero il coraggio di presentarsi a noi disarmati un
capitano del 13° fanteria, il delegato di Avigliano ed un sergente per indurci alla resa con promessa di aver salva la vita. Rifiutai ordinando a Ninco-Nanco di accompagnare incolumi fuori del bosco quei valorosi parlamentari.
Seppi di poi che Ninco-Nanco, lontano da me, aveva di sua mano trucidato quei tre valorosi ordinando ai suoi di tenermi celato il delitto.
Una sola volta mi venne in mente di presentarmi alla forza per por fine alla mia vita brigantesca, e senza por tempo in mezzo, accompagnato dal Tortora e dal Ninco- Nanco, avanzai inerme su Rionero. Alla persona inviatami dal Comandante la piazza per discutere le condizioni della resa, feci noto le mie pretese chiedendo un salvacondotto e una tregua.
Ma prima ancora che giungesse la risposta avevo cambiato pensiero, ed ero
ritornato alle mie armi ed alle mie sicure boscaglie di Monticchio, più animoso di prima di vendere la vita e la libertà a caro prezzo.
A molti potrà apparire strano come la mia banda, così numerosa e formidabile, abbia potuto spadroneggiare dal 1861 al 1864 e che non ostante l'accanito inseguimento della truppa, abbia io potuto attraversare incolume il territorio che separa la Basilicata da Roma.
Alla nostra salvezza contribuirono in massima parte i signori col loro potente
ausilio, od almeno col loro silenzio. lo stesso che scrivo, nei vari anni della mia vita di bandito, dormii poche volte al bivacco, e trovai alloggio e ristoro presso persone da tutti ritenute intangibili sotto ogni rapporto. Non fui mai tradito; molte di queste persone non mi tradirono per paura benchè io non li minacciassi, ma altre molte mi diedero ricovero per interesse ed altri ancora per cupidigia.
Sono ancora creditore di parecchie migliaia di ducati dati in prestito ad un
reverendissimo sacerdote, che si salvò di poi a Napoli quando gliene chiesi la
restituzione.
Altro fattore che contribuì moltissimo in nostro favore fu lo spionaggio. I nostri confidenti erano contemporaneamente informatori del governo e stipendiati quindi dallo Stato, di guisachè eravamo quasi sempre informati delle mosse della truppa; e più di una volta, per far acquistare merito e prestigio ai confidenti (contemporaneamente nostri e del governo) mandammo noi stessi informazioni esattissime ai Comandi Zona, sul luogo del nostro bivacco. E quando la truppa giungeva sul luogo per darci la caccia noi, che avevamo avuto tempo di misurare la forza, l'attaccavamo oppure la sfuggivamo a tempo, secondo la convenienza.

Non pochi confidenti facevano parte della guardia nazionale e per mezzo loro si ebbero talvolta informazioni precise sul luogo ove erano depositate le armi, sul punto in cui stazionavano normalmente le pattuglie notturne, di guisachè avanzavamo spesso a colpo sicuro.
La grande conoscenza che noi avevamo del paese, il terreno eminentemente
boschivo, teatro delle nostre gesta, l'acquistata abitudine ad una vita da selvaggio, costretti talvolta a mendicare il pane della giornata, obbligati ad errare di serra in serra fra cespugli spinosi, per fossi profondi, una sobrietà a tutta prova, furono fattori potentissimi che contribuirono a renderci forti e temuti.
Per effetto del numero abbastanza grande dei componenti le bande e più ancora la efferatezza di molti di noi, spesso trovammo ostilità in quella plebe, dalla quale noi tutti eravamo usciti; ma in generale essa fu spesso di potente ausilio in tutte le nostre imprese. Cotesto aiuto, quasi sempre spontaneo, era conseguenza dell’odio innato del popolo nostro contro i regi funzionari e contro i Piemontesi, causa non ultima gli effetti della legge Pica, ed il modo sprezzante col quale gli ufficiali usavano trattare le popolazioni, facendo d’ogni erba un fascio.
Primadel1861, quando nel trono di Napoli regnava Franceschiello, molto
dell'elemento che costituiva la mia banda, proveniva dalle angherie sbirresche degli sgherri di Del Carretto, da persone che non avevano voluto piegare la fronte dinanzi a soprusi inauditi, che non vollero vendere l'onore delle loro mogli o delle giovane figlie a signorotti prepotenti, e si videro perciò perseguitati, posti all'indice quali malviventi, vagabondi, persone facili a delinquere.
Dopo il governo di Vittorio Emanuele concorsero invece ad aumentare le nostre file i molti perseguitati dall'elemento cosiddetto controreazionario, che con spradoneggiante spavalderia, sotto l'usbergo della legge, commetteva infamie di certo non inferiori a quelle dei briganti, e con vendette basse e vigliacche denunziava padroni e servi alla polizia per sbarazzarsi di nemici personali.
Tra le bizze degli uni e degli altri, chi se ne avvantaggiava eravamo noi che
reclutavamo nel nostro seno persone che esercitavano influenza sui non abbienti.
Fra le varie bande che infestarono la Basilicata, posso affermare senza tema di essere smentito, che la mia era la più ordinata e la meglio organizzata. Coppa, Ninco- Nanco, Caruso, Tortora, Serravalle e molti altri che ebbero il comando di bande, furono tutti miei dipendenti, ed ebbero in seguito sempre un sentimento di rispetto per il loro generale.

I miei gregari mi amavano e mi ubbidivano senza bisogno di mezzi coercitivi,
qualche severo esempio dovuto dare per disciplinare le orde, mi fu strappato direi quasi a forza dalla necessità dal momento, ma fui sempre con tutti affabile ed amico, anzichè superiore. Ogni mio desiderio era ordine per i miei gregari ed in qualche operazione azzardata, nella quale dovevano concorrere pochi briganti, era per me doloroso il dover sempre respingere la spontanea cooperazione di volenteroso che spontaneamente si offrivano per compagni nell'impresa.
Ebbi chiamate da Generali e da Prefetti ove mi si promise non dico la libertà,
perchè mentirei, ma assicurazione della vita, qualora mi fossi presentato; mi mostrai sempre sordo ad ogni invito, convinto che sarei stato rinchiuso in perpetuo, essendo io il capitano generale di tutti i briganti della Basilicata. Molti miei gregari allettati dalla speranza di una lieve condanna, senza rendermi avvertito, si presentarono in Rionero al generale Fointana e si ebbero condanne non gravi, in confronto ai compiuti delitti.
Costoro furono sempre da me detestati e citati di codardia all'ordine dei giorno.

21 febbraio 2009

Carmine Crocco "Come divenni Brigante" - CAPITOLO V – CON BORJÈS


  
Museo di Crocco
La Tavern R Crocc

 Museo privato permanente del Brigantaggio e della Civiltà contadina
Rionero in Vulture (Pz)


CARMINE CROCCO
Come divenni brigante





CAPITOLO V – CON BORJÈS

Vivevo aggredendo, taglieggiando, uccidendo di tanto in tanto, quando da un pastore di Tricarico ricevetti un biglietto del brigante Serravalle in cui mi si chiedeva appuntamento nella masseria Carriera.
Fu qui, nell'ottobre del 1861, ch'io conobbi il Borjes generale spagnolo venuto
per ordine di Francesco II a tentare di sollevare i popoli delle Due Sicilie.
Quell'uomo forestiero che veniva da noi per arruolare proseliti e reclamava in conseguenza l'ausilio della mia banda, destò sin dal primo momento nell'animo mio una forte antipatia poichè compresi subito che a petto suo dovevo spogliarmi del grado di generale comandante la mia banda, per indossare quello di sottoposto.
Egli, un povero illuso venuto dal suo lontano paese per assumere il comando di un'armata, aveva creduto trovar ovunque popoli insorti, e dopo un primo colossale fiasco dalla Calabria alla Basilicata, voleva convincere me ed i miei che non sarebbe stato difficile provocare una vera insurrezione, dato il numero della mia banda, l'ottimo elemento che la costruiva, le buone armi e gli eccellenti cavalli.
L'esperienza, maestra della vita, mi consigliava a non far appoggio sull'aiuto dei reazionari, se non volevo ripetere un'altra fuga come quella di Melfi; però era d'incitamento per noi, a non rifiutare il chiesto aiuto, il pensiero che guidati da un esperto uomo di guerra, avremmo potuto aver ragione sulla forza, conquistare paesi e città, ove non sarebbe stato difficile arricchire col saccheggio e coi ricatti.
Il Serravalle insisteva perchè la domanda del Borjes venisse accolta incondizionatamente, ma tanto io quanto i miei eravamo titubanti, anzi propensi a rifiutare, male assoggettandoci a discipline militari abituati a vita libera, e quello che più importava al libero ladroneggio.
Dopo lunghe trattative e convenzioni verbali sull'uso della forza, sull'ordinamento del comando, sulla mercede giornaliera, mi unii colla banda al generale spagnuolo, e con lui iniziai nuove gesta brigantesche, sotto la tutela però di movimento politico.
Quale sia stato l'itinerario stabilito dal Borjes nel suo piano d'invasione della Basilicata, ora io non rammento con esattezza, egli aveva precisato essere sua intenzione assoggettare i centri minori, dar loro nuovi ordinamenti di governo, arruolare reclute, armi e cavalli e poscia gettarsi sulla città capoluogo di provincia, ove comitati segreti lavoravano a preparare armi ed armati pronti ad insorgere quando noi avremmo attaccato.

Da Lagopesole, di boscaglia in boscaglia con marce lunghe e forzate eseguite quasi sempre di notte per strade mulattiere e sentieri quasi impraticabili, noi raggiungemmo alle sponde del Basento, raccogliendo per via numerose reclute.
Primo paese di attacco fu Trivigno. Il 2 novembre dal bivacco del bosco di Brindisi della Montagna avanzammo pel bosco di Trivigno e la sera del 3 sull'imbrunire discendemmo sul paese prendendo posizione di attacco, ammassati al coperto da un'antica chiesetta in rovina, e propriamente nel punto detto Calvario, che dista dal paese a circa 200 metri.
La guardia nazionale, un centinaio di militi, avuta notizia del nostro avanzare, era corsa arditamente alle armi e, non consapevole delle nostre forze, avanzò fuori paese per affrontarci.
Accolti a fucilate da' miei, i militi. presero posizione rispondendo tosto al nostro fuoco, ma per il loro scarso numero e per la disagevole condizione loro di fronte ai nostri appiattamenti, dovettero in breve ritirarsi.
Rientrati in paese, si asseragliarono nelle prime case in modo da poterci battere al momento del nostro ingresso e con un nutrito fuoco fatto dalle finestre e dai tetti, obbligarci alla ritirata.
Ma io non ero tanto ingenuo da farmi cogliere al laccio; ordinai ad una centuria d'avanzare sulla strada al coperto, sostando a conveniente distanza per aprire un vivo fuoco, mentre diversi plotoni per direzioni opposte dovevano tentare l'entrata in paese per prendere alle spalle i difensori.
Durò per tre ore la lotta veramente accanita, poi i gagliardi difensori ridotti a mal partito dalla deficienza di munizioni, abbandonarono ogni pensiero di difesa, lasciando il paese in nostra balia.
Quello che successe di poi lo seppero i disgraziati cittadini, i miei compagni anelanti di sangue e più ancora di bottino, appena penetrati in paese cominciarono a scassinare porte per rubare tutto ciò che a loro capitava di meglio nelle case. Chi resisteva, chi rifiutava di consegnare il denaro od i gioielli, era scannato senza pietà.
Così fu ucciso Michele Petrone e poscia la sua consorte che si rifiutarono di consegnare le nascoste piastre al Ninco-Nanco. Un vecchio ottantenne certo Sassano, trovato a letto perchè infermo fu bruciato vivo dopo averlo arrotolato nelle materasse unte di petrolio. Il notaio Guarino, uomo facoltoso e colto, era stato preso in ostaggio sperando ricavarne un grosso riscatto; ma mentre lo si accompagnava per le vie, venne da uno sconosciuto ucciso con due schioppettate.

Questo assassinio che fu addossato a me, seppe di poi ch'era stato compiuto per opera di un suo compaesano unitosi in città alla nostra banda, che vendicava con quelle fucilate molte angherie ricevute.
Il paese fu posto a ferro e fuoco; vidi coi miei propri occhi cader rovinato il palazzo di certo Maggio, ricco proprietario dei luogo; vennero distrutte dall'incendio le abitazioni dei fratelli Brindisi, quella del Sassano e venti altri che ora non ricordo.
Fui alloggiato in casa del Sindaco nel miglior palazzo rimasto incolume fra tanta distruzione e di là ho potuto assistere a numerosi atti di barbarie compiuti da' miei masnadieri ebbri di furore e di sangue. Per conto mio limitai l'impresa a raccogliere ducati, imponendo taglie ai più facoltosi sotto pena d'incendio e di morte.
Le stragi e le carneficine di Trivigno segnano una triste pagina nella storia della mia vita; Borgjes, non ingiustamente ne attribuì la colpa a me solo, egli però allora non comprese che se le stragi ed il saccheggio fossero state risparmiare, sarebbe mancato a lui in seguito tutto intero l'appoggio della mia banda.
I miei uomini erano stanchi per le lunghe marce eseguite, stanchi di un'inerzia e di un rigorismo contrario alle loro abitudini di vita sciolta; passando rispettosi presso centri abitati avevano mal rassegnati, visto sfumare le speranze di ricco bottino, di desiati piaceri, compenso meritato alle lunghe fatiche, ond'io a stento ero riuscito a trattenerli dal compiere atti di ribellione; se avessi cercato risparmiare Trivigno, la mia masnada, già malcontenta, si sarebbe forse ribellata anche contro di me.
Il giorno 5 novembre la mia banda occupò senza colpo ferire il piccolo villaggio di Calciano sulla destra del fiume Basento ove si moltiplicarono gli atti brutali senza riguardo a persone e cose.
M'imbatto sulla pubblica via in una donna barbaramente trucidata e vedo tutto all'intorno innalzarsi un denso fumo, sono i miserabili casolari di quei coloni posti a fuoco dopo il saccheggio. Il paese è povero, ciò tanto impongo qualche piccola taglia e raccolgo denari.
Da Calciano la colonna marciò su Garaguso altro piccolo gruppo di case sulla sinistra dei torrente Salandrella. A mezza via fummo ricevuti dal parroco, che ci benedì implorando pietà e protezione pe' suoi fedeli. Il paese è risparmiato, succedono piccoli disordini causa l'efferatezza di qualcuno de’ miei, ma poca cosa però di fronte alle stragi di Trivigno ed alle distruzioni di Calciano.
Il mattino dopo l'occupazione di Garaguso si attacca Salandra.
Il paese è asseragliato; la guardia mobile e la guardia nazionale forti di 200 fucili hanno occupato il castello feudale e dall'alto della piccola rocca fanno una resistenza validissima. Abbiamo dalla nostra qualche morto e diversi feriti, tra i quali il mio servo, persona fidatissima; ma il popolino è ostile ai signori e dall'interno del chiuso paese mormora e minaccia. Ci viene aperto il passaggio e noi avanziamo in città distruggendo e devastando. I difensori del castello sono nostri prigionieri, qualcuno è malmenato, qualche altro ucciso, i più sono salvi. Il saccheggio e l'incendio durano tutta la notte; i morti sono parecchi, qualcuno è trovato carbonizzato tra le fumanti macerie.
Lasciata Salandra avanzammo su Craco ove incontrammo a mezza via una processione di donne e fanciulli con a capo il curato colla croce.
Venivano a chiedere clemenza per il loro paese e clemenza fu accordata, poichè non si verificarono che piccoli disordini difficili da evitarsi con tanta gente e più specialmente con gente di tal natura. Da Craco dopo di aver guadato il fiume Agri arrivammo ad Aliano.
Questo paese di circa 4 mila abitanti al mio giungere era quasi disabitato, poichè i signori ed i borghesi erano fuggiti tutti verso Corleto, Perticara e Stigliano, lasciando in paese la sola plebaglia. Fui accolto abbastanza bene da quella misera gente; mi collocai nel palazzo d'un signore, fuggito colla famiglia a Montalbano Jonico, ove venni trattato da vero sovrano dal fattore e dai suoi. E già cominciavo a credermi padrone, e dicevo tra me e me che dopo tutto mi sarei accontentato di quel piccolo ducato, purchè mi si lasciasse in pace, signore e padrone di riscuotere i frutti delle mie terre, quando a disturbare le mie fantasticherie pensò il sottoprefetto di Matera, che invidioso della mia felicità aveva raccolto 1200 uomini fra un battaglione di fanteria, di bersaglieri e guardia nazionale, ed in due colonne, per strade convergenti, li aveva indirizzati contro di me.
Era di mattino ed io facevo colazione, quando entrò da me il capitano di guardia e con tono scherzevole mi disse: «signor duca di Aliano, abbiamo alla nostra portata una discreta forza; essa è partita da Stigliano ed è diretta contro di noi; i nostri informatori che l'hanno accompagnata, riferiscono che da Matera sono partiti oltre 1200 uomini in due colonne comandati da un maggiore. I soldati che vengono da Stigliano (3 compagnie del 62° fanteria ed un battaglione di guardia mobile) a detta delle spie nostre è truppa molto stanca per la lunga marcia da Matera a qui».
Ordinai al capitano di raccogliere tutta la banda e d'aspettarmi all'uscita del paese; salutai la serva, una simpatica brunetta molto cortese, salutai il fattore e lo pregai di ringraziare a nome mio il lontano padrone, raccolsi le mie armi e con vivo rincrescimento lasciai la mia piccola reggia.

Frattanto la truppa era scesa nella pianura della Taverna dell'Acinello e si disponeva a passare il torrente Sauro miserissimo di acque. Chiesto parere ai capi fu unanime il consiglio di attaccare la truppa al fiume, mentre i cavalieri con largo movimento di fianco dovevano al momento opportuno piombare addosso alla guardia mobile.
Dato gli ordini necessari e prese le disposizioni opportune, scendemmo di corsa al piano camminando al coperto per sentieri costeggiati da fitte siepi; giunti presso il letto del torrente sostammo aprendo tosto il fuoco.
La truppa aveva occupata una forte posizione costituita da un piccolo poggio boschivo quasi a ridosso del torrente, presso il molino Acinello; essa, appostata dietro i fitti pioppi, faceva un fuoco indiavolato contro di noi e già parecchi della banda erano caduti uccisi. La prevalenza nostra numerica marcatissima teneva a stento fronte all'ardire di quei dannati piemontesi, che agli ordini di un valoroso capitano alternavano il fuoco con continui attacchi. Avendo io scorto i miei cavalieri che stavano per avvolgere la posizione, decisi di avanzare attaccando.
Non ne ebbi il tempo, poichè per tema di essere accerchiate, le due compagnie del 62° fanteria, che più ci minacciavano da vicino, si ritirarono combattendo e presero posizione ai piedi di una collina.
Nel mentre i miei, dopo un nutritissimo fuoco, avanzavano a sbalzi di corsa, avvertii Ninco-Nanco, che comandava i cavalieri, di portarsi al coperto, sul margine del bosco, per poter piombare sul fianco delle truppe, in caso di attacco alla baionetta.
Lo spavento massimo degli uomini della mia masnada, e quello che nei combattenti incuteva in me una forte preoccupazione per l'esito della lotta, erano gli attacchi alla baionetta. Quella lotta corpo a corpo contro gente che non misurava pericolo, che avanzava intrepido sotto il nostro tiro, colle baionette in canna, al grido di «Savoia», faceva scorrere nelle vene un brivido di freddo anche ai più forti, già temprati a dure prove.
La milizia mobile spostandosi a destra verso Stigliano, offrì per un momento il fianco a facile bersaglio dei cavalieri; ne colse a tempo il destro l'astuto Ninco-Nanco e coi suoi 100 uomini piombò all'improvviso sulla colonna provocando dapprima confusione e poscia spavento che originò una fuga disordinata.
La vittoria era sicura per noi, tanto più che la milizia mobile fuggendo aveva trascinati seco non pochi sbandati delle compagnie del 62° fanteria. Conveniva far pagare a caro prezzo l'audacia dei componenti quelle due magre compagnie, che osavano tener testa a oltre mille di noi, ed a tal fine disposi perchè fosse preclusa ogni via di ritirata.
Il capitano comandante, credo si chiamasse Pellizza, animava i suoi bravi piemontesi colle parole e coll'esempio, e, armato di fucile come un soldato semplice, continuava a far fuoco contro di noi, senza curarsi del nostro accerchiamento. Mentre durava viva la lotta, uno dei miei, strisciando carponi al suolo riuscì ad avanzarsi sin presso la posizione nemica, e con un aggiustato tiro colpì alla fronte il valoroso ufficiale, che cadde morto sul colpo.
A tal vista i pochi superstiti spararono le ultime cartucce e poscia, quando si videro minacciati da ogni lato, si raccolsero e con un disperato assalto si aprirono la via tra i miei, riuscendo a porsi in salvo, non inseguiti, per la via di Stigliano.
Il trionfo era completo per noi, che restammo padroni del campo e dei non pochi fucili dei morti, e di quelli buttati via dai militi della sbandata guardia mobile.
Quando giunsi presso il morto capitano, trovai che gli avevano già staccato la testa dal busto. I miei ne incolparono un soldato ungherese caduto prigioniero, e ne attribuirono la causa alla speranza di aver salva la vita compiendo un atto da vero brigante; forse la testa del valoroso capitano Pellizza fu staccata da' miei compagni di mestiere, per farne omaggio all'uccisore; sta in fatto che per impedire ulteriore scempio sul corpo di un eroe morto lontano dal suo paese, ed a servizio del suo Re, Borjes impose e riuscì ad ottenere che quel cadavere e gli oggetti trovatigli indosso venissero consegnati al vicino convento di Stigliano, perché l’Autorità Prefettizia ne disponesse come meglio credeva.
I cittadini di Stigliano erano preparati ad accogliere l'Esercito come salvatore del loro paese; ne attendevano il ritorno alle porte per accompagnarlo trionfante in città, quando i primi militi della guardia mobile giunsero apportatori dell'avvenuta sconfitta.
La notizia, che noi in numero di quasi duemila armati, eravamo vittoriosi oltre Taverna Capo Rotondo, tolse a quei miseri, ogni desiderio di festa, ogni pensiero di lotta, e mentre la truppa continuava la ritirata su S. Mauro Forte, essi, fatto in fretta e furia un fascio del loro meglio di casa (denari, gioielli, vestiti) colle mogli, coi figli, per la rotabile che conduce a S. Mauro s'incamminarono sotto la protezione della truppa.
Questa massa abbastanza considerevole di persone (in Stigliano erano rimasti i poverelli) camminava a piedi del polveroso stradone e formava direi quasi l'avanguardia, poichè dietro venivano i militi della guardia mobile ed in ultimo i superstiti delle compagnie del 62°' fanteria, come a protezione estrema contro l'audacia brigantesca.

Certo che il nome mio doveva essere ben noto in quei paesi e più che il nome le mie gesta, quale generale d'una banda di duemila armati con 300 cavalieri, per incutere tanto spavento nelle popolazioni. Concorrevano ad aumentare la paura le esegerate asserzioni di atti ferocissimi da noi compiuti. Non nego che il Coppa, il Ninco-Nanco, il Caruso stesso, abbiano qualche volta commesso atti feroci sui feriti, e qualche altra fatto scempio dei cadaveri dei caduti, ma nego che da me non sia mai dato ricovero ad alcuno, e che vigesse in conseguenza l'ordine di uccidere borghesi, ufficiali, soldati che cadevano nelle mie mani.
Padrone di un paese imponevo ai ricchi onerose taglie indispensabili pel vettovagliamento dei miei uomini. nè pretendevo di più; non avevo per altro tanta autorità sui numerosissimi compagni da imporre ad ognuno il rispetto della proprietà e della famiglia, onde più d'una volta è successo che i signori dopo di aver dato a me la metà dei loro averi, dovettero dare l'altra metà ai sottocapi, e vedersi per di più violate le donne senza poter reagire pena la vita.
Questa era quindi la causa vera per cui noi eravamo temuti quali flagelli di Dio, e fu la ragione unica che indusse i signori di Stigliano a cercare la salvezza loro nella fuga. Camminavano, come già dissi, tutte quelle persone sulla strada che da Stigliano conduce a S. Mauro, protetti dalle truppe, quando ad un tratto s'incontrarono inaspettatamente con 100 de' miei cavalieri che rientravano in paese dopo un lungo servizio di esplorazione.
Questo distaccamento aveva avuto l'ordine di eseguire un largo movimento sulla sinistra del Gorgoglione per piombare all'improvviso a tergo della posizione occupata dalle truppe, e per assicurarmi che l'altra colonna, partita da Matera e segnalata da alcuni giorni a Tricarico, non fosse giunta a portata tale da poter muovere in rinforzo immediato delle truppe da me sconfitte.
L'incontro quindi fu del tutto fortuito; i miei vedendo quella gente in fuga cominciarono a far bottino, ma quando si accorsero della presenza della truppa fuggirono a rotta di collo rientrando al luogo del nostro bivacco.
Caruso, che aveva il comando di quel distaccamento, mi raccontò la commovente scena di quello scontro impreveduto. All'apparire dei primi cavalieri della banda, tutte quelle persone, che spaventate fuggivano per porsi in salvo da un pericolo imminente, si credettero perdute, per cui emettendo grida e lamenti, rincularono sulla guardia mobile. E poichè la strada non era spaziosa ed in quel punto correva a mezza costa, così buona parte di persone precipitò in un sottostante burrone, mentre altre fuggivano, gridando, per l'aperta campagna. E tra quelle tremila persone scorgevi la balia con al seno il signorino poppante, seguita dalla signora paurosa, convulsa per la sorte del suo piccolo nato, e più oltre servi fedeli trascinare a stento vecchi padroni resi incapaci a camminare dall'emozione e più ancora dalla paura. Qualche famiglia s'era fatta accerchiare dai propri guardiani armati sino ai denti, e sotto la protezione di questa gente fidata aspettava trepidante la fine del dramma, sicura che i suoi difensori si sarebbero fatti trucidare prima di cedere. Non mancavano neppure i signori rimasti soli a difendere sè stessi, causa non ultima le iniquità commesse verso il popolo, abusi vergognosi, avarizia, prepotenze, violenze d'ogni specie, sempre impunite, sempre tollerate. Ancor oggi si dice che la reazione fu il frutto dell'ignoranza, ciò sarà vero, anzi è verissimo, ma, a promuovere la reazione vi concorsero pure questi arrabbiati signorotti di provincia, i quali con sfacciata millanteria dicevano: «È venuto il tempo nostro». Ed i poveri oltraggiati risposero: «È venuto pure il nostro tempo», e così in molti paesi si ebbero uccisioni, assassinii, depradazioni; i frutti della guerra civile.
Fui ricevuto in Stigliano dal prete, un grasso parroco, vestito per le grandi occasioni, che mi venne incontro ed offrendomi il Crocifisso a baciare invocò la pietà e la misericordia pei suoi fedeli rimasti in paese. Prevaleva in me e nei componenti la mia banda un sentimento di religione che ci faceva timorosi di fronte a Dio; ognuno di noi aveva appeso al collo il sacro abitino coll'immagine della Madonna, ch'egli invocava a salvezza della vita ne' conflitti, onde la preghiera del prete e la vista del Crocefisso, esercitarono su me e sulla mia banda un forte ascendente.
A dimostrare quanto avesse agito sull'animo mio la parola grave dei sacerdote,
sta il fatto che ordinai fossero immediatamente liberati i soldati prigionieri dando loro due ore di tempo per allontanarsi dal paese. Imposi ai miei con insolita insistenza, il massimo rispetto per le persone, minacciando punizioni severe a chi disubbidiva, e così, rassicurato il clero, mi disposi ad entrare in paese. Avevo avuto, l'invito di occupare il palazzo dal principe Colonna, e mi dirigevo all'alloggio indicatomi, quando il prete invocò la mia clemenza verso una quarantina di detenuti rinchiusi nel carcere mandamentale. Ordinai tosto si spalancassero le prigioni e si desse senz'altro libertà a tutti, qualunque fosse il delitto o la colpa commessa.
La mia banda ebbe pure essa alloggi sontuosi, poichè essendo vuoti tutti i palazzi dei signori, ivi accasermarono le centurie.
Giunto al palazzo Colonna, una casa veramente Reale (nei tempi del
assallaggio la famiglia Colonna dominava per tutto il contado), venni ricevuto come si suol ricevere un pezzo grosso. Ed in quel momento rappresentavo qualche cosa di grosso ancor io, poichè dopo tutto a questo mondo per non restar piccoli bisogna aver virtù di far macellar uomini.
Napoleone I era figlio di un povero cancelliere, eppure macellando milioni di uomini, compreso mio zio Martino, arrivò ad essere un grand'uomo, ma finalmente, per aver voluto troppo, perdè tutto, e, come me, finì la vita prigioniero, lui a S. Elena, guardato a vista dai soldati inglesi, io nel bagno di S. Stefano, sotto la rigida sorveglianza delle sentinelle dell'esercito italiano.
E pensare che io mi sarei accontentato della signoria di quel paesetto di Aliano, e devo invece morire nel bagno penale! Ma pazienza, morrò benedicendo, ringraziando la clemenza di S. M. Vittorio Emanuele, il quale firmò la grazia che commutava la pena della morte in quella dei lavori forzati. Ringrazio, non perchè ho potuto vivere di più, ma per avere liberato i miei parenti dall'obbrobrio di sentirsi dire:
«Siete nipoti dell'impiccato».
Nella mia abitazione reale, io, abituato alla rozza vita dei campi, non mi trovai a disagio, e seppi tosto adattarmi alle esigenze della vita signorile. La sera in quella sala da pranzo, dove chi sa quanti baroni, conti, duchi, marchesi e forse qualche Re, avevano cenato, colà cenai anch'io. La mensa era sontuosa, la servitù galante; ebbi il primo posto, quindi per ordine sedettero a tavola circa trenta persone. La gente di servizio in completa toeletta di gran gala, dipendeva da' miei cenni.
L'andirivieni di piatti uno più finissimo dell'altro durava da circa mezz'ora, ed io non avevo assaggiato cibo di sorta, mentre i miei ufficiali in men che non si dica divorando fecero onore alla mensa imbandita non per noi di certo, ma pel decapitato capitano e pel suo seguito. Poco dopo il mio servo fedele (Dio l'abbia in pace poichè più tardi morì per me), mi portò del pane, un pò di caciocavallo, due mele, delle noci e cinque ova sode, e questo fu il pranzo mio per quella faticosa giornata.
La sera prima in quella medesima sala da pranzo era stata tenuta una lunga conferenza sul conto nostro tra il capitano ucciso ed il fior fiore dell'aristocrazia del paese. Ed a tavola si era brindato alla mia cattura ed a quella di Borjes; però il capitano Pellizza (da quando mi fu riferito) la sera antecedente alla sua morte era di umore tetro e pare abbia presagito la sua fine, poichè ebbe a ripetere a più riprese:
«Non mi avranno mai vivo nelle loro mani, saprò morire come si conviene».
Al mattino, impressionato forse dal meschino contingente di soldati ai suoi ordini, coi quali doveva tener fronte a forze dieci volte superiori, il prode capitano, dopo aver misurata tutta la grave responsabilità che su lui cadeva, si era fatto triste e pensieroso, e coi compagni, pur fingendo celiare, parlava loro di morte sicura. Forse nell'animo di quel valoroso coll'avvicinarsi del momento critico, veniva meno, quella speranza ch'egli aveva nutrito di aver un appoggio sicuro nella guardia mobile. Forse un interno presentimento lo faceva avvertito che nell'ora estrema, sarebbe rimasto solo coi suoi piemontesi a combattere venti contro uno; stà però la frase «addio» in risposta «al rivederci» de' suoi padroni di casa.
Finito il pranzo ognuno se ne andò pei fatti suoi ed io fui accompagnato nella mia camera da letto.
Quella notte non potei chiudere occhio, passeggiai, pensai, ripensai, ma la mia coscienza mi rimordeva, vedevo innanzi a me il capitano ucciso, i soldati massacrati, mutilati; sentivo risuonare all'orecchio il lamento dei moribondi contro i quali i miei compagni avevano inveito egualmente per rendere più cruda la morte; ad uno ad uno mi si presentavano innanzi, quale terribile fantasma, i mille caduti nei passati scontri, e dalle vuote occhiaie uscivano scintille di fuoco, mentre mormoravano sommessi mille imprecazioni al mio indirizzo.
Agitato, eccessivamente nervoso, mi alzai a sedere sul letto. La mia testa pareva un vulcano; avevo la gola arsa, i polsi battevano forte forte, pareva che il cuore dovesse uscire dal petto.
Ma un pensiero venne tosto a sollevare l'abbattuto mio spirito ed a tranquillizzare la coscienza; mia madre!
«E la tua povera madre morta nell'ospedale dei pazzi, chi la piange? E la tua mendicità chi la considera? dicevo fra me e me; della tua schiavitù chi n'ebbe pietà?
Forse quel signorotto che ti accettò al suo servizio per darti due franchi al mese ed un tozzo di pane nero per satollarti?! Era forse una carità servire notte e giorno esposto alle intemperie, al gelo, alla pioggia, al crudo inverno, ed agli schiaffi dei crudeli castaldi? Carità sarebbe stata se tu avessi ricevuto tanto pane quanto il padrone tuo ne dava ad uno dei suoi trenta cani di lusso; se avessero speso per te, pel tuo benessere fisico e morale, la millesima parte di quello che si spendeva per mantenere bestie di lusso. Ma invece tu eri sfruttato, ed il frutto dei tuo lavoro serviva alle gozzoviglie dei tuoi padroni. Se ti avessero lasciato continuare la scuola dello zio Martino, non avresti più tardi preso il feroce tipo del selvaggio e forse saresti stato sempre un buon padre, un onesto cittadino..... ma ..... ».
Ero immerso in questi ed altri pensieri, quando la tromba brigantesca squillò i segnali della diana.
Mi alzai di buon umore; mezz'ora dopo il capitano di servizio mi informò che tutto procedeva regolarmente. Borjes aveva ordinato che la cavalleria all'alba perlustrasse il terreno all'ingiro per un percorso di sei miglia almeno, raccogliendo notizie sopra ogni cosa di anormale che si presentasse alla vista sua, e ne riferisse immediatamente.
Rimasto solo nel mio palazzo principesco incominciai a percorrere le splendide sale fermandomi nella galleria cosidetta dei quadri. Osservando qua e là attrasse la mia attenzione uno splendido quadro rappresentante il principio di una battaglia.
Gli arcieri scaramucciavano, i frombolieri lanciavano sassi, i pedoni con lancia e picca in resta e i cavalieri a lancia calata erano pronti al cimento.
Fra tutti spiccava la figura nobile di un cavaliere, ritratto a dimensioni più grandi degli altri che combattevano. Egli inforcava un cavallo coperto di ferro come coperto di ferro era il suo corpo dalla corazza lucente; teneva nella destra, in atto di comando, un enorme spadone; era grave nell'aspetto, aveva l'occhio fisso dove la battaglia incominciava.
Non so con quanta realtà, ma sta di fatto che m'immaginai dovesse quel
cavaliere rappresentare qualche per- sona della famiglia Colonna di Stigliano, onde rivolsi a lui la parola, come se parlassi ad essere animato, e così dissi:
«Signore, il tuo portamento mi dice che abituato all'arte della guerra sei valoroso e non paventi la morte. Saresti a caso più valoroso di me? Scommetto che se ieri eri in Stigliano saresti fuggito come tutti gli altri, non ostante l'enorme spadone che tieni nella destra. Vuoi tu essere più valoroso del capitano Pellizza che morì gridando «Viva il Re»? Ebbene vuoi sapere chi fece cadere quell'eroe? un ragazzo di sedici anni che approfittando della sua sveltezza, scivolando di cespuglio in cespuglio cauto ed inosservato giunse a trenta metri da lui, e gli piantò nel cuore una palla di mezz'oncia.
«I tuoi virtuosi antenati, al par di te cavalieri, combattendo t'hanno trasmesso in eredità la virtù di saper condurre gli uomini al macello, e tu ora coltivi quelle virtù; sei principe, gran signore, ti hanno dipinto su questa tela per memorare la tua schiatta, che vuoi di più?
«Ma per me povero figlio della miseria, chi sarà quel pittore che dipingerà la mia entrata in Stigliano? Nessuno, e chi vuoi che abbia cura di un ladrone plebeo? Oh allora sarebbe bella e finita!
«Si finiamola, non pensiamo all'infamia del mondo, poichè è appunto, per l'infamia di D. Vincenzo C... che io turberò finchè posso le case di voi signori prepotenti e nobili».

A Stigliano ci fermammo due giorni, il 10 e l'11 novembre. I signori erano fuggiti tutti perciò decidemmo continuare la nostra avanzata tanto più che Borjes aveva vivo desiderio di giungere presto su Potenza.
Ed eccoci sul misero villaggio di Cirigliano dove in mancanza di meglio troviamo pochi fucili per armare le nuove reclute, buoni maiali ed ottimo vino per le nostre mense. Dopo il rancio è fatta la paga alla masnada e subito dopo si parte per Gorgoglione che viene occupato senza colpo ferire.
Le spie ci avvertono che per la valle dell'Agri una forte colonna di soldati avanza verso di noi. Lo scacco di Stigliano aveva fortemente impressionato non solo le popolazioni ma eziandìo il Governo. Prefetti, sottoprefetti, commissari regi invocavano dal ministero pronti e numerosi rinforzi di truppa per tener fronte a tanta invasione, mentre i liberali più arditi e valorosi incorando i timidi ed i paurosi andavano raccogliendo per i piccoli paesi e per i centri maggiori le milizie nazionali.
Da S. Arcangelo, da Montemurro per tutta la valle dell'Agri i militi cittadini s'erano riuniti ed avevano combinato colle truppe regolari un movimento avvolgente, fiduciosi di arrivarci addosso all'improvviso non lasciandoci via di scampo.
Si tiene consiglio tra i capi e prevale l'idea di evitare lo scontro guadagnando la boscaglia della montagna.
Pratici del luogo ed abituati alla vita della macchia, non ci tornò difficile sfuggire al piano di guerra del comandante le truppe e mentre si credeva di sorprenderci in baldoria a Guardia Perticara, noi il 13 eravamo ad Accettura, Oliveto e Garaguso, pernottando in quest'ultimo paese.
Il 14 la nostra colonna pernottò a Grassano e resistette ad un attacco, datoci dalle truppe regolari. Dopo una viva schioppettata tra i nostri avamposti e la colonna che c'inseguiva, sul cader della sera la truppa, poca forza, rimase in posizione, e noi, prima dell'alba lungo il letto d'un torrentuccio asciutto, arrivammo non inseguiti a S. Chirico che fu occupato senza colpo ferire.
Attacchiamo Vaglio paese a sei miglia da Potenza che resiste con ammirabile
valore al nostro attacco. La minaccia di distruzione, se non si arrende, non fa che accrescere nei cittadini l'ardore della difesa; i nostri parlamentari sono accolti a fucilate; abbiamo diversi morti. Divisi in quattro colonne attacchiamo contemporaneamente da quattro parti, ed occupiamo il paese mentre nel convento, fortemente occupato, si continua a resistere. I nostri, inferociti dall'inaspettata difesa, uccidono quanti incontrano per via, uomini e donne, e danno fuoco al convento.

Il paese è posto a saccheggio, chi più può più ruba. Lasciamo il convento in fiamme. Giorno 16 novembre. Siamo nella vallata di Potenza chiamati a liberare i carcerati politici ivi rinchiusi.
Siamo in sicuro che al nostro approssimarsi si avrà un'insurrezione generale.
In tutti vi è forte speranza di ricco bottino e di molti piaceri.
Presiede il comitato segreto reazionario il signor..... un ex capopopolo del 1860, liberale dalla sola fascia tricolore, che non avendo potuto arricchire nella rivoluzione, perchè il triumvirato Albini, Boldoni, Mignogna aveva provveduto lui a tutto, cambiò bandiera e si fece borbonico, come era prima del 1860. Ma pur troppo codesto camaleonte politico, ancora una volta mutò colore, avvertì il Comandante la piazza, indicò il luogo ove eran deposte le armi, ch'egli aveva poco prima segretamente ricevute, intascò i ducati del Borbone, e si vantò di poi di aver salvata la Basilicata.
Perchè non potessero smascherarlo, fece trucidare sulla piazza S. Gerardo di Potenza (novembre 1861) cinque persone, quelle stesse che da lui avevano ricevuto ordine di conservare le anni spedite da Napoli.
Con mio dolore dovetti abbandonare l'impresa di soggiogare Potenza e tornarmene con la coda fra le gambe come cane scornato.
Ripieghiamo su Pietragalla ove arriviamo sull'imbrunire e siamo accolti a fucilate. La guardia mobile si chiude nel castello ducale e resiste per tutto il giorno successivo a nostri vigorosi attacchi. Abbiamo numerosi feriti e qualche morto ma siamo compensati da un ricco bottino. Il paese è in fiamme; arrivano in rinforzo dei cittadini le milizie di Acerenza e quelle di Forenza e siamo costretti ad abbandonare l'impresa.
Comincia il freddo intenso, le pioggie insistenti cagionano molte malattie, i miei sono mal ridotti e quel che è peggio mal disposti a proseguire nell'impresa. Borjes corre pericolo d'esser ucciso dai suoi masnadieri.
Ad Avigliano troviamo la popolazione in armi e siamo respinti. La dissoluzione si fa strada tra noi, il comandante francese vuole imporsi su Borjes, la guerra civile è imminente tra la banda.
22 novembre. Ci gettiamo su Bella piccolo paese non molto distante da Ruvo del Monte.
Partii di notte in testa ai miei compagni, e giunsi allo spuntar del sole alle porte del paese, ove feci sostare la mia banda. Come per Ruvo inviai al Sindaco una missiva intimando il pagamento d'una taglia ed il vettovagliamento per i miei uomini e cavalli.

Mi si rispose col suono delle campane, segnale di allarme e di difesa a tutt'oltranza.
Accettai la sfida e dopo nove ore di combattimento ferocissimo riuscii a costringere i cittadini armati a ridursi nel castello feudale, che non fu possibile conquistare. Padrone dei paese, metà in fiamme, requisii buoi, capre e tutto quello che mi fu possibile ritirandomi poscia sui monti non molestato.
Lasciamo i monti e ci avviciniamo a Muro Lucano che da informazioni dei confidenti sappiamo ben difesa. Al francese manca il cuore di attaccare per paura di un rovescio; scendiamo lungo il Platano e arriviamo a Balvano accolti a festa da quei popolani, che ci offrono ogni ben di Dio.
Da Balvano ci gettiamo su Ricigliano ove siamo accolti a suon di musica e coi preti in commissione di ricevimento.
Il paese è saccheggiato, i signori spaventati offrono ospitalità e sono svaligiati, chi si lamenta è ucciso.
Cade la prima neve sui monti, l'inverno è alle porte, tra noi le diserzioni si succedono in massa, la banda è evidentemente stanca e desidera tornare al suo antico mestiere non volendo più saperne di brigantaggio politico. Ritorniamo in Basilicata ed attacchiamo Pescopagano che dopo aspro combattimento occupiamo in parte saccheggiando, distruggendo, incendiando. Le spie ci avvisano che numerose colonne di truppe regolari si avvicinano a noi, abbandoniamo il paese, inseguiti dai militi cittadini che avevano resistito nel rafforzato palazzo baronale.
Per sfuggire l'accerchiamento ci diamo ai monti dividendoci in gruppi; punto di riunione Castello di sopra nella foresta di Monticchio.
Borjes è liquidato definitivamente, se ne parte co' suoi spagnuoli e con pochissimi fedeli; in tutto una trentina. La sua partenza non ci commuove anzi l'abbiamo voluta stanchi del suo comando.
Mi libero di molto elemento superfluo, dando loro appuntamento alla vegnente primavera.


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