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LA TAVERN R CROCC
Museo Privato
del Brigantaggio
e della civiltà
contadina

Via Mazzini, 79
Rionero in Vulture

info:
franco.loriso@tiscali.it











































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




 

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17 luglio 2009

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http://www.brigantaggiolibri.it

15 luglio 2009

L'ALIMENTAZIONE LUCANA DALL'UNITA' D'ITALIA AI GIORNI NOSTRI (2. Parte)



Museo di Crocco
La Tavern R Crocc

Museo privato permanente del Brigantaggio e della Civiltà contadina
Rionero in Vulture (Pz)




                  




L'ALIMENTAZIONE LUCANA
DALL'UNITA' D'ITALIA AI GIORNI NOSTRI

(2.Parte)

<<...L'alimentazione ordinaria delle nostre classi agricole è costituita da pane di frumento, patate, legumi a preferenza fagioli. Il pane dei contadini poveri si compone di una minima quantità di grano mischiata ad orzo, granone, patate, veccia (impastato con acqua cattiva, senza sale, male cotto, frequente azimo, acido per troppo lievito o per fermentazione inopportuna, spesse volte mangiato stantio o ammuffito). Il pane bollito con un po' di sale, olio e
qualche peperone secco è la loro minestra ordinaria, mentre le sostanze animali restano costantemente ai margini del regime dietetico. La "massa alimentare" consiste per lo più in frumento misto a cereali inferiori cui si accompagnano peperoni, legumi, patate, erbaggi conditi con olio e lardo. Rara la carne di maiale e di pecora, rarissima quella bovina, limitata a solenni
occasioni quella bianca (pollame e conigli); più diffuse alcune specie di pesce salato (baccalà salacche) e di frutta. Ma questo tipo di alimentazione è diffuso nel Melfese, nel Materano e nei circondari di Potenza e Lagonegro. Nella parte più montuosa della regione il regime alimentare è prevalentemente vegetale. Diffusissima, poi, l'acqua-sale: vale a dire grosse fette di pane
scuro e durissimo ammorbidito da acqua calda e insaporito da un pizzico di sale e da un filo d'olio, cui talvolta si accompagna il peperoncino forte, rossiccio e tondeggiante, e perciò chiamato "cirasedda">>. Nè la situazione muta negli anni immediatamente successivi. Scrive al riguardo A.MARTINELLI su "La cronaca lucana" del 28 ottobre 1892 che nelle case affumicate dei contadini - dove non vi è un cantuccio asciutto, non una sedia, ma vecchie casse tarlate (veri cimiciai) le quali servono per tutti gli usi, da sgabelli, da tavole da pranzo, da armadi, ed in ultimo da casse funebri - c'è immancabilmente una pentola dove bolle la eterna minestra di legumi e la "brodaglia" chiesta in continuazione dai bambini. Raffaele RIVIELLO [9], nel 1893, aggiunge: << I cibi erano quasi sempre gli stessi per tutto l'anno e soltanto nelle feste solenni si vedeva qualcosa di vario e di goloso. In ogni casa, però, vi era una certa provvista del bisognevole per la famiglia secondo lo stato di questa ed il numero delle persone. Il pane ogni famiglia se lo faceva a casa, e solo i poveri ed i pezzenti non godevano di tale beneficio. I
contadini solevano quasi sempre mischiare nel frumento il granturco, e alle volte i legumi, ed allora il pane sembrava ferro addirittura, tanto che i vecchi sono costretti a "spunzarl" (bagnarlo) o ridurlo a pane cotto. Quando si faceva il pane si era sempre solito di prendere una porzione di pasta, la si schiacciava con la mano, e la si bucherellava nel mezzo con la punta del dito, e si aveva "lu ruccul" (focaccia). Non di rado vi si spalmava dell'olio, si strofinava un po' di erbaodorosa e secca detta "rieno" (origano), si mettevano alcuni minuzzoli di "cirasedda" forte e di aglio tagliuzzato, e con questo poco d'intingolo lo si rendeva saporito, e si mangiava quasi sempre caldo e fumante. E con la bianca farina di carosella (maiorca) si preparava, alla vigilia di Natale, il dolce con le mandorle detto "piccilatiedd" di tre o quattro chili di peso. La farina di scarto, pero', non veniva eliminata ma serviva a fare un pane <<nero, cruscoso e duro, come un pane da cani o da pastori>> che comunque si doveva consumare. A Natale la cena tradizionale comportava (per le famiglie agiate) il baccalà o il pesce che proveniva dal Salernitano (triglie, merluzzi) o dalla Puglia a dorso di muli. Esso si serviva a zuppa o fritto o arrosto insieme a vermicelli "aglio e olio", a finocchi, castagne ed il buon vino che si consumava solo nelle ricorrenze più importanti. A pranzo si sacrificano capponi o vecchie galline e si prepara la "minestra maritata" (cosiddetta perché' composta di scarole, verze, finocchi, acce cardoni) cotta in brodo di gallina e di salami e resa più' gustosa per l'aggiunta di formaggio grattugiato e a pezzettini. E gli "strascinari" (pasta casereccia), detti così perché strisciati a forza di dita sulla "cavaruola" (tavoletta incisa a disegni). In occasione del pranzo di Capodanno, protagonista è la minestra in cui bollono vari pezzi di salami, la salsiccia e il" pezzente" fatto con piccoli scarti di maiale. Accanto alla solita salsiccia, nel pranzo della festa di Sant'Antonio (17 gennaio) troviamo maccheroni lunghi e sottili fatti con i ferri sottilissimi o col
giunco ma, nel periodo di quaresima, preannunciato dal ritornello <<Carnevale mio, pieno d'olio, stasera maccheroni, e crai (domani) foglie (verdure)>>, segue il severo digiuno interrotto il giorno di San Giuseppe dalle famose zeppole, dai <<maccaroni cu la middia>> (maccheroni
con la mollica), cioè conditi con pane grattugiato e fritto nell'olio, insieme ad uva passa e a mandorle tritate. Il pasto principale nelle festività comprende le uova cotte e poi minestre di cicorie, lesso, lasagne, stracotto, "casc' e uov' " (cacio e uova) con lo spezzato d'agnello, "arrosto" ed altro. Il pesce e i vermicelli tornano a consumarsi a San Gerardo (12 maggio) mentre nell'Ascensione si preferiscono i <<tagliolini cotti nel latte, e conditi di zucchero con senso di prezzemolo e di cannella>>. Altre specialità di pasta casereccia sono i tagliatini per il lesso("li tagliulini" e "li manare" fatti a mano dai mugnai variante de "li laane"), i ravioli e "li ricchitell' o recchi di previre" (orecchie di preti). Se nei giorni settimanali permessi (di "cammaro") solitamente basta la minestra di bollito di pezzi di maiale ed una frittata o formaggio, in quelli di moderazione gastronomica non si va al di là della minestra di pasta con ceci e fagioli o lenticchie, con condimento di olio fritto, aglio e peperoncino piccante. Inoltre, solitamente non sono rari i piatti singoli, baccalà a zuppa con pane, peperoni fritti o salacca; nei mesi più caldi, invece, si mangia asciutto: "pane e cipolla o altra coserella". La modesta
"acqua-sale" consiste in acqua bollita con sale, olio, pitrisino (prezzemolo), aglio e cirasedda, per infondervi il pane a guazzo. La "miscica" dei pastori è invece carne di pecore morte salata e disseccata. Con un'alimentazione siffatta, assai deficiente di elementi nutritivi e, talora in cattivo stato di conservazione, è facile comprendere gli effetti provocati sulla salute e sulla
costituzione fisica del contadino come causa di deperimento e di vera degenerazione>>. Merita attenzione, sempre nel testo del RIVIELLO, la parte alimentare delle fiere che si svolgono a Potenza, ma che possono estendersi, per le loro caratteristiche costanti, all'intera Basilicata, anche per il convergere in queste di gente dalle regioni limitrofe. In tali occasioni i commercianti vengono a vendere anche gli utensili per la cucina e gli attrezzi per il lavoro dei campi e fanno a gara con i venditori di cocomeri e con le bancarelle degli "antritari", venditori di "antrite" (nocelle infornate e infilate), castagne, copeta (torrone durissimo), cera cetrina, zucchero, pepe,
cannella e susamielli. Non mancano i friggitori di baccalà e di peperoni, i cantinieri che espongono i prodotti della loro cucina, e i venditori ambulanti di limonata e di acqua, di "randinii" cotti (spighe di granturco). La struttura principale di ristoro, si legge più avanti, nel concorso fieristico è il "cirriglio", cioè il restaurant della fiera, di fattura barbara e primitiva (usanza che in
molti paesi del Potentino continua a persistere), cioè capanne di cannucce verdi all'interno, con "racane" o rozze tende, di sopra e con lenzuola. Ivi zingari, mandriani ed altri avventori, andavano a saziare il gusto e l'appetito con maccheroni, carne di pecora, "testodde arrusture", baccalà e puparuli fritti, sedendo intorno a rozze tavole, di rado coperte da tovaglie, di traliccio
forate in molti punti e macchiettate di vino e di untume. (pp.181-182) In campagna il contadino, scrive sempre il RIVIELLO (p.99), o il mietitore mangia sei o sette volte nel corso della lunga giornata tra "fedda" (zuppa di pane, vino e cipolla); "culazione" (soffritto o baccalà con carosielli o finocchi spinati); "magnà" (minestra con salame, o legumi con pasta); "mozzeco" o boccone (pane, o biscotti e vino); "merenna" (formaggio con verdura); e l'insalata con cipolla e altra coserella nella sera; ma sette volte sette passava la fiasca a rinfrancare le forze e ravvivare in quell'afa di sole l'allegrezza del lavoro.. . ...Le donne che vendemmiano si contentano per colazione di un pezzo di pane con peperoni fritti o all'aceto o <<una cicoriella colta lì per lì negli stradoni della vigna>> e a mezzogiorno del medesimo cibo e di un piatto di <<cavoletti verdi cula cirasedda>>. Le impanate di latte e i prodotti caseari vengono preferiti per la loro economicit à da quelli che lavorano il latte. In città, il bracciale paga il barbiere anche con qualche paniere di uva o di cerase (ciliege) e trascorre nei cellai il suo tempo insieme ai rappresentanti di altre categorie medio-basse portandosi da casa un pezzo di pane e il peperone piccante per bere una mezza caraffa di vino o assaggiando nel locale, seduto sulle panche davanti al fuoco <<una salacca>> o un pezzo di salsiccia; di mattina, prima di andare al lavoro, fa colazione con la zuppa di pane e vino e sulla tavola di contadini poveri si trova quasi sempre pane pesante difficile da masticare perché si indurisce presto: tanto che i vecchi sono costretti a "spunzarl" (bagnarlo) o a ridurlo a pane cotto>>. La carne, pochissima e soltanto nelle grandi feste, faceva la gioia dei commensali, soprattutto nei pranzi nuziali. Una testimonianza importante è il testo di
G. Bronzini [10] dal quale ricaviamo notizie interessanti sul pranzo nuziale in uso nel Potentino molti secoli addietro>>. <<... Era detto "nozza" e vi prendevano parte tutti quelli che "avevano riconosciuto con doni la sposa" e ci si teneva che fosse ricco di pietanze per "dar tono alla festa". A tavola si stabilisce materialmente l'unione delle famiglie, in virtù del principio magico
della comunione alimentare, così come in chiesa si è fissata l'unione dei due sposi. ...
Attualmente il pranzo nuziale -riferisce l'autore- ha luogo nelle famiglie di contadini soltanto nei matrimoni più pomposi che si svolgono di mattina, ed è detto "lu banchette" o "la tavola della zita": vi partecipavano i parenti e gli intimi degli sposi. Il pranzo si fa in casa dello sposo a Potenza, a Grassano, a Pisticci, a Stigliano, a Lavello, a Rotondella, a Tursi, a Colobraro, ad
Aliano e a Tricarico; in casa della sposa a Latronico, a Roccanova, a San Giorgio Lucano, a Matera, a Craco, a Miglionico, a Pomarico, a Venosa, ad Accettura e a Gorgoglione; in casa dello sposo e della sposa, secondo che l'uno o l'altra offra maggiore comodità, a Marsicovetere, a Rivello e a San Mauro Forte; nella casa in cui andranno ad abitare gli sposi a Castelluccio
Superiore e a Rotonda. Le spese sono ripartite in parti uguali a Matera e a San Mauro Forte; sono interamente a carico dello sposo a Pisticci e a Colobraro. La lista delle vivande è sempre molto lunga. A Oppido e a Grottole <<siccome si sposava consuetudinariamente nelle ore pomeridiane>>, il pranzo (detto a Oppido "nozza") aveva luogo nelle prime ore della sera; a
Grottole <<annunziavasi con forti colpi di fucile, seguiti dallo sparo di altri mortaretti>>; e consisteva <<per lo più in maccheroni di casa (al ferro), chiamati a Grottole "fricieddi", conditi con molto formaggio e "zuchillo di ragù", e serviti in abbondanza; pollame a ragù ed arrostito, insalata, "fellata di sauzizza" (affettato di salame), noci, ulive, fichi secchi e simili; il tutto
innaffiato da un buon vino paesano, servito in orciuoli di creta patinata>>, detti "rizzuli", o addirittura i fiaschi di legno col cannello... >>. Continuando nel suo scritto il Bronzini riferisce di altre testimonianze. <<... Brienza: antipasto, maccheroni di zita, verdura in brodo, carne in umido con contorno, soffritto di agnello, arrosto con insalata verde, frutta. Pietragalla: antipasto
di prosciutto e provolone, verdure con bollito di carne e salame, pasta asciutta, carne a ragù, arrosto con insalata verde, finocchi, mele e pere, biscotti di varie specie. Roccanova: polpette di carne in brodo, maccheroni a ragù, minestrone, carne al forno con patate, insalata, frutta e dolci. Grassano: minestra verde in brodo, bollito, maccheroni, carne a ragù, arrosto con
contorno di insalatina verde, il ""pasticcio"" (torta con la ricotta), finocchi. Anche a Matera e a Lavello è tradizionale il finocchio, <<perchè fa bere molto vino>>. A Lavello il pasto si compone di pasta asciutta, galletto al sugo, agnello al forno con patate, caciocavallo, frutta, dolce, liquore,
caffè. Pomarico: antipasto, pasta asciutta, carne a ragù, con contorno di insalata verde, sedano, finocchi, "ceci al tufo", biscotti (tarallucci) e arance. A San Mauro Forte il sedano è la frutta caratteristica, si che, quando non si trova in paese, lo si va a comprare a Tursi e a Sant'Arcangelo. Il pranzo consta, generalmente, di antipasto, rigatoni con salsa e varie portate
di carne. A Stigliano, nelle famiglie più povere, il pranzo consiste in abbondante pasta asciutta e in carne di pecora o di capra. Tursi: antipasto di salame, verdura in brodo, pasta asciutta o al forno, carne bollita, frittura mista, dolce e frutta. Colobraro: antipasto con prosciutto e salame,
verdura con bollito oppure pasta in brodo, pasta asciutta, carne a ragù, spezzatino, soffritto d'interiora, arrosto con contorno di insalata verde, frutta e dolce. Aliano: antipasto, verdura cotta, pasta asciutta, carne in umido e arrostita, frutta e dolce. A Tricarico la lista delle vivande è varia; per lo più è composta di maccheroni, verdura, carni varie, salumi, frutta e dolce.
Tradizionali sono, alla fine, i ceci arrostiti. Altrove le vivande più comuni sono maccheroni col sugo, carne e salame. Abbondante è soprattutto il vino, perchè tutti devono bere molto per essere allegri e dare allegria. Non manca quasi mai alla fine del pranzo una torta dolce, e dev'essere la sposa a dare il primo taglio...>>. L'autore avvisa però i lettori che <<Sbaglierebbe
di grosso chi dalla numerosa lista delle vivande deducesse ottimistiche considerazioni sullo stato economico del popolo. Si tratta di eccessi massimi, eccezionalissimi, ma necessari, perchè dalla consistenza del pranzo e dei "complimenti" si giudica la portata del matrimonio, che sarà in conseguenza più o meno accetto al parentado, al vicinato e al rione: il che molto conta per il futuro della coppia>>. <<... L'offerta di una minestra con pepe agli sposi è segnalata a Tricarico; sconosciuta a Brienza, a Marsicovetere, a Pietragalla, a Castelluccio Superiore, a Latronico, a Rotonda, a Matera, a Pomarico, a Stigliano, a Tursi e ad Aliano. La sposa deve mangiare poco per non esse giudicata "mangiona". Lo sposo invece, mangia a "crepa pancia" e beve fino a diventare brillo di contentezza...>>. Una curiosa, per quanto antichissima, costumanza, riferisce il Riviello [11] cui attinge il Bronzini formava la nota caratteristica del pranzo nuziale. <<Quando si portava in tavola il primo pollo, che era per lo più un magnifico gallo, prima che alcuno scalco vi mettesse mano, lo sposo ne distaccava il collo con la testa, ricca di cresta e di bargigli, e l'offriva con certo risolino alla sposa, la quale se lo "spruvava" (sprovava, spilluzzicava) in buona o in mala voglia, mentre lo sposo e gli altri commensali la guardavano di sott'occhio con attenzione di bonaria compiacenza, che spesso si mutava in allegra e burlona ironia, senza forse conoscere l'origine e l'intima ragione dell'offerta>>. <<Era
un atto di semplice galanteria cucinaria quel boccone prelibato, o velava solo idea di malizia nuziale?>>. Si chiede lo stesso autore. Nè l'una cosa, nè totalmente l'altra, benchè il senso allusivo ai rapporti sessuali sia spiccatamente presente e intenzionalmente palese: la testa del gallo esprime virilit à. In origine ebbe probabilmente un valore rituale, che è da mettere in
relazione con l'importanza attribuita dal volgo al supplizio del volatile come mezzo per attirare su di esso le ire degli esseri cattivi e preservare la coppia. La tradizione si conserva in parte a Stigliano, ove ciascuno degli sposi è tenuto a mangiare in più un galluccio (uardidde), tra le risa e gli applausi degli invitati. Il pranzo si conclude sempre con una serie di brindisi più o meno
improvvisati, auguranti buona fortuna, salute e numerosa prole. L'eccezionalità del pranzo nuziale rompeva nettamente con le abitudini alimentari quotidiane che si basavano su elementi poveri e scarsi. La crisi economica, che si fa ancora più intensa intorno al 1880, provoca la
decisione di mettere fine alla miseria emigrando per le Americhe (dal 1882 al 1887, espatriando per lo più' negli Stati Uniti, in Argentina, in Brasile). Si consideri che nel 1860 gli abitanti della Basilicata erano 518.670 ma già nel 1861 erano scesi a 441.226 e nel 1911 si sarebbero ridotti a 355.859 [12].
[
1]-Cfr. Inchiesta Zanardelli sulla Basilicata (1902), Einaudi Editore, Torino, 1976, IV edizione.
[2]-Cfr. E. Cervellino, Paremiologia lucana, Napoli, 1964, p.19, in Sezione lucana, Biblioteca
Provinciale- Matera.
[3]-Cfr. A. Mozzillo, Viaggiatori stranieri nel sud, Edizioni di Comunit à, Milano, 1964, pp.625-
626.
[4]-Cfr. T. Pedio, La Statistica Murattiana del regno di Napoli, Potenza, 1964, p.31 in Sezione
Lucana, Biblioteca Provinciale -Matera.
[5]-Cfr. Inchiesta agraria di S.JACINI, Federazione Consorzi Agrari, Piacenza, 1877, pp.167 e
seg.
[6]-Cfr. AA.VV., Porco e Aglianico, Basilicata Editrice -Matera, 1984, pp.46 e seg.
[7]-Cfr. E. Raseri, Annali di statistica, vol.VIII, Roma, 1879, pp.37-39.
[8]-Cfr. M. Lacava, Le condizioni igienico-sanitarie della provincia di Basilicata nell'anno 1885,
p.82, in Sezione Lucana, Biblioteca Provinciale -Matera.
[9]-Cfr. R. Riviello, Ricordi e note su costumanze, vita e pregiudizi del popolo potentino,
Edizione Garramone & Marchesiello, Potenza, 1893, pp.111-129.
[10]-Cfr. G.Bronzini, Vita tradizionale in Basilicata, Montemurro Editori, Matera, 1964, pagg.
328-334.
[11]-Cfr. R.Riviello, Ricordi e note su costumanze, vita e pregiudizi del popolo potentino,
Edizione Garramone e Marchesiello, Potenza, 1893, pag.28.
[12]-Cfr. AA.VV., Guarda e scopri l'Italia, A.M.Z. Editrice, Milano, 1987.


da www.brigantaggio.net



LA TAVERN R CROCC
Museo Privato del Brigantaggio
e della civiltà
contadina

Via Mazzini, 79
Rionero in Vulture

info:
franco.loriso@tiscali.it

13 luglio 2009

LA CANTINA DEI BRIGANTI


Museo di Crocco
La Tavern R Crocc

Museo privato permanente del Brigantaggio e della Civiltà contadina
Rionero in Vulture (Pz)




LA CANTINA  DEI BRIGANTI
Ricreato a Rionero l’ambiente brigantesco con la “Tavern r’ Crocco”
di Michele Traficante

L’idea è stata del giornalista pubblicista Franco Loriso, cane sciolto dell’informazione ( senza padrini e senza padroni, come suole definirsi). Egli  è autore fra l’altro del volume “ Il Generalissimo: i briganti siete voi” nel quale difende a spada tratta Crocco e i suoi briganti ritenuti vittime di soprusi e di uno stato di estrema miseria. Loriso, inoltre, è editore, direttore, in buona parte estensore  e distributore nella città del Vulture del suo molto diffuso settimanale ciclostilato “Giornale di Rionero”.
Una vecchia cantina posta in Via Mazzini a Rionero, che all’epoca  borbonica e brigantesca si chiamava  prima Via Carcarola, (per via di una fornace per la produzione di calce posta nelle vicinanze) e poi Via Annunziata, quando l’intitolazione delle strade ai patrioti risorgimentali e personaggi illustri era ancora da venire, ospita tutto quanto può richiamare l’ambiente e gli usi di vita della  metà dell’Ottocento. La “Tavern’ r Crocco”, posta ad una cinquantina di metri dalla casa ove ha vissuto Carmine Crocco da bambino, da adolescente e da giovane, è intelligentemente tappezzata da vecchie fotografie e stampe riguardanti il brigantaggio post- unitario. Arredata con strumenti ed utensili di un tempo,  in verità, ricrea solo in parte l’atmosfera brigantesca. Ci vuole una bella immaginazione per vedere quel luogo frequentato dal famoso capobrigante rionerese con i suoi seguaci.
Una doverosa precisazione  da sottolineare è che Carmine Crocco, soprannominato col diminutivo Donatelli o Donatello, in effetti è nato in Via San Nicola e non nella casa, più volte ed erroneamente indicata, posta nell’attuale Via Mazzini. Ciò si deduce inconfutabilmente dall’atto di nascita, il cui testo si riporta fedelmente, per definitiva certezza.
 Nel registro degli atti di nascita dell’anno 1830 dell’Archivio dello Stato Civile di Rionero in Vulture, al numero d’ordine 164 si legge:
“L’anno milleottocentotrenta, il dì sei del mese di giugno, alle ore dodici, davanti a noi Signor Paolo Leone Sindaco ed ufficiale dello stato civile del Comune di Rionero. Distretto di Melfi. Provincia di Basilicata, è comparso Francesco Crocco di Rionero, figlio del fu Donato, di anni ventiquattro, di professione contadino, domiciliato a San Nicola, il quale ci ha presentato un Maschio, secondocché abbiamo oculatamente riconosciuto, ed ha dichiarato che lo stesso è nato da sua moglie Maria Gerarda Santomauro, di anni ventiquattro domiciliata con suo marito, e da esso dichiarante di anni come sopra di professione come sopra e domiciliato come sopra, nel giorno cinque del mese di giugno dell’anno corrente alle ore 16 nella casa di essi coniugi.
Lo stesso ha inoltre dichiarato di dare al bambino il nome “Carmine”. (…) .
Allegato all’atto di nascita c’è la “fede di battesimo” del parroco di San Nicola. Pertanto  non è esatta l’iscrizione  “casa natale” di Crocco riportata nella lapide apposta sulla facciata della casa ( oggi inesistente perché demolita e ricostruita ex novo) posta in Via Mazzini.
Quindi il nome corretto del capobrigante è: Carmine Crocco e non, come riportato da non pochi  autori, alcuni anche molto noti, Carmine Donatelli detto Crocco

 

E il soprannome Donatello?
Donatello, diminutivo del nome Donato, era ben chiaro al Sostituto Procuratore che emise il primo mandato di cattura di Crocco, e come correttamente scritto sul
manifesto della Commissione provinciale per la repressione del brigantaggio di    
Potenza, che prometteva un premio di ventimila lire per la cattura del capobanda
rionerese.
Donatello era il soprannome del nonno paterno di Carmine, che si chiamava Donato Crocco. Lo racconta Gennaro Fortunato, zio di don Giustino, in un manoscritto inedito, con queste parole: ” Carmine Crocco, figlio di Francesco, era soprannominato Donatello, dal nome dell’avo paterno Donato, che nomavasi con siffatto diminutivo.
Dal nonno quel soprannome passò probabilmente a tutti i discendenti, se lo stesso Carmine nell’Autobiografia chiama il padre Donatello Crocco.
Ma torniamo all’allestimento del museo privato permanente del brigantaggio e della civiltà contadina curata con molto impegno e passione dall’Associazione cultuale Solaris di Rionero in Vulture. Nel corso dell’inaugurazione, avvenuta nei giorni scorsi, con l’intervento del sindaco di Rionero Antonio Placido, che ha tagliato il classico nastro, del preside emerito prof. Donato Martiello e del giornalista Donato Mazzeo, l’encomiabile iniziativa  ha suscitato grande interesse e curiosità nei cittadini rioneresi e non solo.


LA TAVERN R CROCC
Museo Privato del Brigantaggio
e della civiltà
contadina

Via Mazzini, 79
Rionero in Vulture

info:
franco.loriso@tiscali.it

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