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LA TAVERN R CROCC
Museo Privato
del Brigantaggio
e della civiltà
contadina

Via Mazzini, 79
Rionero in Vulture

info:
franco.loriso@tiscali.it











































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




 

diario |
 
Diario
1visite.

28 marzo 2009

Carmine Crocco, dei briganti il generale


Museo di Crocco
La Tavern R Crocc

 Museo privato permanente del Brigantaggio e della Civiltà contadina
Rionero in Vulture (Pz)

Carmine Crocco,
               dei briganti il generale


Alle 8.20 di domenica 18 giugno 1905, nel carcere di Portoferraio, sull'isola d'Elba, muore a 75 anni Carmine Crocco, il brigante lucano che durante gli anni dell'unità d'Italia, alla testa di un esercito che arrivò a contare tremila uomini, aveva messo a ferro e fuoco ampie zone del Mezzogiorno combattendo prima per Garibaldi, poi per i Borbone e alla fine soltanto per se stesso. Muore solo, per atonia senile si legge sullo sbrigativo referto medico. Gli unici che non hanno mai smesso di fargli visita, in quella prigione dove è rinchiuso da quasi quarant'anni, sono stati i lombrosiani, che gli trovano un cranio un po' piccolo rispetto alla statura. Lo psichiatra Pasquale Penta dell'università di Napoli, scriverà di lui nel 1901 sulla Rivista mensile di psichiatria forense come di "un uomo alto, robusto, svelto, ancora dritto e resistente dopo una vita agitata, piena di stenti e sofferenze". E Crocco, tra le lacrime, gli confesserà che vorrebbe tornare a morire là dove è nato. Piange l'uomo condannato per 67 omicidi, 20 estorsioni, 15 incendi di case; colui che se ne andava in giro con il cappello piumato e armato fino ai denti, accolto come un liberatore in tutto il melfese; il solo che poteva permettersi di entrare in chiesa a cavallo; lui, che era stato tra i primi ad adottare la tecnica della guerriglia, guadagnandosi sul campo i galloni di generale dei briganti.

La storia di Carmine Crocco comincia a Rionero in Vulture - oggi in provincia di Potenza, ma allora si diceva nel circondario di Melfi - il 5 giugno 1830, quarto di cinque figli di Francesco Crocco Donatelli e Maria Gera di Santo Mauro, contadini. Nell'autobiografia che Crocco scriverà in carcere nel 1889 e che, trascritta dal capitano medico Eugenio Massa, verrà pubblicata per la prima volta dalla tipografia Greco di Melfi nel 1903, si leggono parole che raccontano la miseria quotidiana: casupole annerite dal fumo da dividere con le bestie; il grano custodito come un tesoro da usare per fare il pane bianco solo quando arrivano le malattie; e intorno zoppi, monchi, reduci di antiche guerre, tra cui lo zio Martino, senza una gamba persa per una palla di cannone nell'assedio di Zaragoza in Spagna, che gli insegnerà a leggere e scrivere.

Quando, nel 1860, scoppiano i moti insurrezionali, Crocco ha già avuto i suoi guai con la giustizia: una condanna per furto nel 1855 a diciannove anni di ferri; un'evasione dal carcere di Brindisi; l'uccisione a coltellate di un signorotto del paese che aveva osato importunare la sorella Rosina. E' latitante e si unisce ai rivoltosi con la speranza di vedersi cancellare i vecchi reati. Ma non sarà così. Tornando a casa con la casacca del vincitore, scoprirà che ancora una volta tutto è cambiato per restare uguale. Persino il sindaco è lo stesso, ma prima stava con i Borbone e adesso con i liberali. Per Crocco non c'è speranza, così torna alla macchia e si unisce alla controreazione borbonica. I boschi di Monticchio diventano il suo impero, la Ginestra il suo recondito rifugio. Per qualche mese il suo destino si incrocia con quello di Josè Borges, il legittimista spagnolo arrivato al sud per organizzare la reazione. Ma il generale dei briganti non accetta di essere subalterno a nessuno e un giorno, all'improvviso, abbandona lo spagnolo al suo destino: catturato, verrà fucilato a Tagliacozzo.

La repressione piemontese contro il brigantaggio fu feroce: "Bastava il sospetto per radere al suolo interi villaggi senza risparmiare le donne e i bambini" dice Mario Proto, docente di Storia delle dottrine politiche all'Università di Lecce. L'argomento è minato. Si rischia di parlar male del Risorgimento facendo contente le varie leghe del nord e del sud, i detrattori di Garibaldi, i tanti e diffusi movimenti neoborbonici nostalgici di Francesco II e del Regno delle Due Sicilie. Ma se si guardano i numeri, ciò che è successo tra il 1861 e il 1964, ha tutta l'aria di una guerra civile. Ai bersaglieri veniva tagliato il pizzetto alla piemontese come fosse uno scalpo mentre i briganti venivano evirati, oppure decapitati, per mostrarne la testa nella pubblica piazza. "In tre anni abbiamo fucilato 7.151 briganti, altro non so e non posso dire", riferisce nel 1864 il generale La Marmora di fronte alla commissione parlamentare d'inchiesta sul brigantaggio voluta dalle sinistre e presieduta dal deputato Massari. "Più che di un esercito unificatore, si è trattato di un esercito occupatore" commenta Valentino Romano, storico del brigantaggio e della storia contadina, "e a farne le spese sono state soprattutto le classi umili, non certo i galantuomini, cioè i veri fomentatori della rivolta, che se ne uscirono tutti per il rotto della cuffia riuscendo a dimostrare un'innocenza che non avevano".

La vita brigantesca di Carmine Crocco si conclude nell'estate del 1864. Il vecchio sistema di potere si è ormai saldato con il nuovo e le masse contadine devono tornare ad essere solo forza lavoro. Nel 1863 inoltre, è entrata in vigore la legge Pica, la prima legislazione sui pentiti che concedeva forti sconti di pena a chi si sarebbe consegnato. Ci prova anche Crocco, che entra a Rionero con una bandiera tricolore in mano, ma poi rinuncia, non si fida. Però nei suoi boschi è sempre più isolato. Lo tradisce, come spesso accade, uno dei suoi uomini più vicini, Giuseppe Caruso, di Atella, che lo vende per un posto da impiegato regio e guida i bersaglieri nei suoi rifugi più segreti. La sera del 28 luglio del 1864 il generale dei briganti, ormai ferito molte volte, tenta la fuga verso Roma. Partirono in dodici, viaggiando di notte per tratturi nascosti, arrivarono in quattro. Ma una volta giunto nello Stato Pontificio, invece della libertà, come credeva, perché in fondo anche nel nome di Pio IX aveva combattuto, Crocco venne incarcerato e consegnato allo Stato italiano dopo sette anni di cella d'isolamento: "Al momento dell'arresto" si legge nella sua autobiografia "avevo con me 19.800 lire e questa somma non fu restituita a me e non fu data al governo, come di diritto, ma finì nelle tasche di qualche monsignore ladrone".

Il processo venne celebrato a Potenza nel 1872 di fronte a un pubblico numerosissimo che anche allora, come adesso, vuole vedere da vicino il terribile assassino, il generale della reazione e delle orde borboniche. Crocco viene condannato a morte, la pena di morte verrà commutata, per regio decreto, nei lavori forzati a vita. Un ergastolo scontato nello stesso carcere, oggi diventato Museo della Giuntella, dove espiarono le loro colpe Napoleone e Passannante, l'anarchico di Salvia di Lucania che nel 1878 tentò di uccidere Umberto I di Savoia.

Chi era, dunque, Carmine Crocco? Un eroe? Un bandito?

"Avrebbe potuto diventare un eroe positivo della storia, ma Crocco era un pastore che sapeva a malapena leggere e scrivere, un'idea precisa di quello che stava facendo non ce l'aveva" racconta Raffaele Nigro, giornalista e scrittore, originario di Melfi, un'adolescenza passata a cercare i leggendari tesori dei briganti nascosti nei tronchi cavi degli alberi, "che naturalmente non ho mai trovato", precisa. "Ormai gli storici sono in gran parte concordi nel definire il brigantaggio la rivolta anarcoide del mondo contadino. E' l'atavica questione della terra, quella terra promessa da Garibaldi che i contadini si videro sfilare da sotto i piedi" sostiene Valentino Romano. "Forse l'analisi più precisa sul brigantaggio" afferma Costantino Conte, del Centro Annali per una Storia sociale della Basilicata, "l'ha fatta Vito Di Gianni, un contadino analfabeta di San Fele, che arrestato, disse:"Fummo calpestati, noi ci vendicammo, ecco tutto".

Oggi, a Rionero, una targa ricorda il luogo dove sorgeva la casa natale di Crocco che, ironia della sorte, è stata sostituita da un'armeria. Esiste un vero e proprio turismo del brigantaggio con percorsi tra i boschi del Vulture che conducono alle grotte e non è raro vedere la faccia di Crocco sulle insegne di qualche trattoria o sull'etichetta di birre o vini; o ancora su magliette, accendini, foulard, brocche in terracotta. Tutto un po' kitsch forse, ma sta a dimostrare che da queste parti il generale dei briganti è diventato icona, più di Garibaldi.

Resta da dire che su Carmine Crocco sono stati pubblicati decine di libri, che sono stati allestiti spettacoli teatrali, che nel 1999 Pasquale Squitieri si ispirò alla sua storia per trarne un film, …E li chiamavano briganti, per altro stroncato dalla critica, con Enrico Lo Verso e Lina Sastri.

Chi scrive invece, su Carmine Crocco ha realizzato un documentario. Quaranta minuti di interviste corredate da immagini di repertorio che cercano di raccontare, a quasi un secolo e mezzo dall'unità d'Italia, la storia di chi ha perduto. 

 

 Massimo Lunardelli

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