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LA TAVERN R CROCC
Museo Privato
del Brigantaggio
e della civiltà
contadina

Via Mazzini, 79
Rionero in Vulture

info:
franco.loriso@tiscali.it











































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




 

diario |
 
Diario
1visite.

31 gennaio 2009

Carmine Crocco

 
Museo di Crocco
La Tavern R Crocc

 Museo privato permanente del Brigantaggio e della Civiltà contadina
Rionero in Vulture (Pz)


Carmine Crocco

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.


 « ...E intorno a noi il timore e la complicità di un popolo. Quel popolo che disprezzato da regi funzionari ed infidi piemontesi sentiva forte sulla pelle che a noi era negato ogni diritto, anche la dignità di uomini. E chi poteva vendicarli se non noi, accomunati dallo stesso destino? Cafoni anche noi, non più disposti a chinare il capo. Calpestati, come l'erba dagli zoccoli dei cavalli, calpestati ci vendicammo. Molti, molti si illusero di poterci usare per le rivoluzioni. Le loro rivoluzioni. Ma libertà non è cambiare padrone. Non è parola vana ed astratta. È dire senza timore, È MIO, e sentire forte il possesso di qualcosa, a cominciare dall'anima. È vivere di ciò che si ama. Vento forte ed impetuoso, in ogni generazione rinasce. Così è stato, e così sempre sarà... »
 (Monologo di Carmine Crocco, tratto da "La storia bandita")
 
Carmine CroccoCarmine Crocco, detto Donatelli e talvolta Donatello (Rionero in Vulture, 5 giugno 1830 – Portoferraio, 18 giugno 1905), è stato un brigante italiano, tra i più noti e rappresentativi del fenomeno. Era il capo indiscusso delle bande del Vulture-Melfese, sebbene il suo controllo si estendesse anche ad alcune dell'Avellinese e del Subappennino Dauno. Nel giro di pochi anni, da umile bracciante divenne comandante di un esercito di oltre mille uomini, guadagnandosi così l'appellativo di "Generale dei Briganti", combattendo prima nelle file di Giuseppe Garibaldi, poi con la resistenza borbonica e infine per se stesso. In circa quattro anni di latitanza, Crocco fu uno dei più temuti e ricercati briganti del periodo post-unitario e su di lui pendeva una taglia di 20.000 lire.[2] Tuttora al centro di pareri discordanti, è considerato un bandito e carnefice per alcuni e un eroe popolare per altri, specie nella sua natia Rionero e la Basilicata in genere.

 L'infanzia
 
La casa natale di Crocco, oggi sede di un'armeriaCarmine nacque a Rionero in Vulture, paese che contava all'epoca circa 10000 abitanti. Suo padre, Francesco Crocco, era pastore presso nobile famiglia venosina di don Nicola Santangelo mentre la madre, Maria Gerarda Santomauro, era una massaia che coltivava un piccolo campo a Rionero. Secondogenito di cinque figli (tre fratelli: Donato, Antonio e Marco; una sorella: Rosina), Carmine visse un'infanzia piuttosto tranquilla, sebbene le condizioni familiari fossero molto misere e si lavorasse sodo per poter vivere.

Nel 1836 accadde un episodio che segnò per sempre la sua vita, iniziando a maturare il suo istinto ribelle contro i potenti. In quell'anno, una mattina del mese di aprile, entrò in casa sua un cane levriero che aggredì un coniglio e lo portò con sè fuori sbranandolo. Il fratello di Carmine, Donato, uccise il cane con un randello. Per sua sfortuna, l'animale apparteneva ad un signorotto del posto, un tale don Vincenzo, che, trovando la bestia morta vicino all'abitazione dei Crocco, picchiò violentemente Donato con un frustino.

La madre, incinta di cinque mesi, si contrappose tra il signorotto e suo figlio, subendo dall'aggressore un forte calcio al ventre che la costrinse a letto per tre anni e, per poter rimanere in vita, fu costretta ad abortire. Pochi giorni dopo il signorotto si presentò dal giudice ed accusò il padre di Carmine, il quale, venuto a conoscenza dell'accaduto, avrebbe tentato di ucciderlo con un'arma da fuoco. I poliziotti si recarono subito a Venosa e portarono Francesco al carcere di Potenza, senza prove concrete (Carmine sostenne, nella sua autobiografia, che era innocente).[3] L'arresto del padre fu un evento molto triste e difficile per la famiglia, tanto che la madre fu costretta a vendere i loro miseri possedimenti ed affidare i propri figli agli altri parenti per poter continuare a vivere.


 L'adolescenza
Con il padre in carcere e la madre con seri problemi di salute, il giovane Carmine, assieme al fratello Donato, andò a lavorare come pastore in Puglia; sporadicamente tornava nel suo paese natio ma sua madre, divenuta pazza e rinchiusa nel manicomio di Aversa, non lo riconobbe mai. Nel 1845, Carmine, ancora quindicenne, salvò la vita ad un nobile della zona, don Giovanni Aquilecchia di Atella, che aveva voluto attraversare imprudentemente le acque dell'Ofanto in piena. Come compenso, Aquilecchia regalò 50 ducati a Crocco, che li sfruttò per poter ritornare nella sua Rionero dopo il suo soggiorno come pastore in Puglia.

Grazie a don Aquilecchia, Carmine conobbe suo cognato, don Pietro Ginistrelli, un uomo importante ed influente che gli diede un grande aiuto per scarcerare il padre. Tornato a casa, Francesco Crocco era divenuto vecchio e malato ed il giovane Carmine dovette assumersi il ruolo di mantenere la famiglia, iniziando a lavorare come contadino presso la masseria di don Biagio Lovaglio a Rionero. Qui, un mattino di maggio 1847, conobbe don Ferdinando, il figlio di don Vincenzo, colui che aveva colpito al ventre sua madre. Don Ferdinando era diverso dal padre e si mostrò gentile nei suoi confronti. Il signorotto rimase sconfortato per il male che il padre aveva arrecato alla sua famiglia e offrì al giovane Carmine il posto di fattore in una masseria di sua proprietà.

Crocco preferì avere in affitto tre tumuli di terra, con i quali sperava di guadagnare 200 scudi che gli avrebbero permesso di evitare il servizio militare. Don Ferdinando accettò ugualmente, ma venne trucidato da alcuni soldati svizzeri a Napoli il 15 maggio 1848 e Carmine si ritrovò nell'esercito di Ferdinando II, nel primo reggimento d'artiglieria, prima nella guarnigione di Palermo e poi di Gaeta. Con la sua partenza, fu la sorella Rosina, non ancora diciottenne, ad avere il compito di mantenere la famiglia.


 Il primo omicidio
Nel 1851, Rosina, divenuta ormai il "timone" della famiglia e rimasta in casa a lavorare per tante ore al giorno, ricevette continue proposte da un uomo invaghito di lei, un certo don Peppino, che le mandava numerose lettere per chiederle di vivere con lui. La ragazza, completamente disinteressata, non gli rispose nemmeno e lui, non sopportando il suo rifiuto, le sfregiò il viso e andò in giro a diffamarla.

Venuto in licenza, Carmine (promosso da poco tempo caporale) decise di punirlo: aspettò in un angolo nascosto, vicino casa della sua vittima, e, al suo arrivo, lo colpì a morte con un pugnale. Crocco fu così costretto alla fuga e ad abbandonare l'obbligo militare, trovando rifugio nel bosco di Forenza, posto in cui era facile trovare altre persone con guai giudiziari.

Fu qui che iniziò ad avere i primi contatti con altri fuorilegge che, in futuro, sarebbero stati suoi sottoposti contro i sabaudi, come Ninco Nanco e Vincenzo Mastronardi, costituendo una banda armata che visse di rapine e furti. Tornato a Rionero, Carmine fu arrestato in casa di sua sorella e rinchiuso nel bagno penale di Brindisi di Montagna il 13 ottobre 1855, ricevendo una condanna di 19 anni di carcere. Il 13 dicembre 1859 riuscì ad evadere, nascondendosi nei boschi di Monticchio.


 Moti Liberali
 
Rara immagine di Crocco senza il suo caratteristico cappelloScappato dal carcere, Carmine venne a conoscenza tramite due signorotti, don Pasquale Corona di Rionero e don Decio Lordi di Muro Lucano, che Giuseppe Garibaldi avrebbe fatto concedere la grazia ai soldati disertori che avessero appoggiato la sua campagna militare contro i borboni (Spedizione dei Mille). Aderì quindi ai moti liberali il 17 agosto 1860, riuscendo a radunare un cospicuo numero di combattenti. Crocco e i suoi uomini vennero mandati al Passo delle Crocelle (nei pressi di Bella) per poi proseguire a Salerno e Napoli.

Nonostante il suo eroismo in battaglia, Carmine, oltre a non ricevere una medaglia al valore, non ricevette nemmeno la grazia e fu arrestato. La sua condanna fu aggravata a causa del sequestro di Michele Anastasia, Capitano della Guardia Nazionale di Ripacandida, avvenuto prima dei moti risorgimentali di agosto. Crocco tentò la fuga verso Corfù ma venne sorpreso a Cerignola e nuovamente incarcerato.

Uscito di galera, Crocco, deluso dalla promessa non mantenuta da Garibaldi, divenne fedele al regno borbonico di Francesco II. Sfruttando il profondo malessere sociale del popolo lucano, riuscì ad assumere il comando di oltre mille uomini, di cui la maggior parte erano persone nullatenenti e disilluse dal nuovo governo italiano, oltre che da ex militi del regno borbonico. Da quel momento, Carmine partì all'attacco sotto il vessillo dei borboni.


 Al servizio di Francesco II
Crocco, nel periodo di Pasqua del 1861, conquistò la zona del Vulture nel giro di dieci giorni. Il 7 aprile occupò Lagopesole (rendendo il castello un rifugio) e il giorno successivo Ripacandida, deve sconfisse la guarnigione locale della Guardia Nazionale Italiana. Crocco dichiarò subito decaduta l'autorità sabauda e ordinò che fossero esposti nuovamente gli stemmi e i fregi di Francesco II. Il 10 aprile i briganti entrarono a Venosa e la saccheggiarono, istituendo anche qui una giunta provvisoria.

Fu poi la volta di Lavello ed infine di Melfi (15 aprile), dove Crocco fu accolto trionfalmente (anche se alcuni ricordano mestamente l'entrata dei suoi uomini a Melfi per via della macabra uccisione e mutilazione del parroco Pasquale Ruggiero).[4] Con l'arrivo di rinforzi piemontesi da Potenza, Bari e Foggia, Carmine fu costretto ad abbandonare Melfi e, con i suoi fedeli, si spostò verso l'avellinese, occupando, qualche giorno dopo, Aquilonia (a quel tempo chiamata "Carbonara"), Calitri e Sant'Andrea di Conza. Il 22 ottobre 1861, arrivò da Roma per ordine di Francesco II, il generale spagnolo Josè Borjes che, sbalordito dalle vittorie di Crocco, organizzò un incontro con lui nel bosco di Lagopesole.

Borjes aveva fiducia nelle capacità del brigante rionerese ed intendeva avvalersi del suo aiuto per tentare un'insurrezione contro i piemontesi. Il generale voleva trasformare la sua banda in un esercito regolare, quindi adottando disciplina e precise tattiche militari; inoltre progettava di assoggettare i centri minori, dar loro nuovi ordinamenti di governo e arruolare nuove reclute per poter conquistare Potenza, ancora sotto il dominio sabaudo. Carmine gli diede retta, sebbene non nutrisse alcuna simpatia per il generale sin dall'inizio, temendo che Borjes volesse spodestarlo dal suo rango di capo dei briganti nei propri territori.


 Alla conquista di Potenza
 
Altra foto di CroccoPartito da Lagopesole, con l'appoggio bellico di Borjes e assieme ai suoi fedeli Ninco Nanco, Giuseppe Caruso, Caporal Teodoro, Giovanni "Coppa" Fortunato con le rispettive bande, raggiunse le sponde del Basento, ove riuscì a reclutare nuovi combattenti, e occupò Trivigno, mettendo subito in fuga le guardie nazionali. La popolazione venne soggiogata e costretta ad obbedire agli uomini di Crocco. Spostandosi nella provincia di Matera, il 5 novembre, conquistarono il piccolo centro di Calciano sulla destra del Basento e poi a Garaguso. Durante il tragitto verso Garaguso, Carmine incontrò un parroco, che implorò pietà. A parte qualche evento facinoroso, il paese venne occupato senza particolari disordini.

Il mattino seguente fu la volta di Salandra, ben protetta dalle guardie nazionali, ma furono gli uomini di Crocco ad avere la meglio, grazie anche all'appoggio del popolo, ostile al nuovo governo piemontese. Si proseguì per Craco, ove non avvennero eventi sanguinari a seguito della clemenza richiesta dalla popolazione, e per Aliano, facilmente conquistabile essendo abbandonata alla sola popolazione, che accolse calorosamente i briganti. Per fronteggiare l'inarrestabile marcia di Crocco, il sottoprefetto di Matera preparò un esercito di 1200 uomini, composto da un battaglione di fanteria, bersaglieri e guardie nazionali. Questa volta la battaglia, combattuta nei pressi di Stigliano, fu più ardua del previsto per i briganti e molti di loro perirono, ma anche questa volta i combattenti di Crocco ne uscirono vincitori, grazie anche al contributo del suo "braccio destro" Ninco Nanco che, con soli 100 uomini, adottò una strategia determinante nel mettere in fuga la coalizione avversaria ed il loro capitano fu ucciso e decapitato.

Conquistati altri paesi come Grassano, Guardia Perticara, San Chirico Raparo e Vaglio, l'esercito di Crocco giunse nelle vicinanze di Potenza il 16 novembre ma fu subito costretto alla fuga verso Pietragalla a causa di un ex borbone, passato alla parte dei sabaudi, che avvertì quest'ultimi dell'arrivo dei briganti e fornì loro armi in cambio di denaro. Il 22 novembre, i briganti giunsero a Bella e conquistarono Ruvo del Monte, Balvano, Ricigliano e Pescopagano. Con l'arrivo dell'ennesimo rinforzo militare piemontese, Crocco non fu più in grado di sostenere altre battaglie e ordinò ai suoi uomini la ritirata verso i boschi di Monticchio. Appena tornato, Crocco ruppe i rapporti con il generale Borjes, perché era insicuro di vincere e temeva di diventare suo subalterno. Il generale spagnolo, non sopportando il suo cambio di rotta, si recò a Roma con i suoi 24 uomini per fare rapporto al re ma, catturato dai soldati sabaudi durante il tragitto, venne fucilato assieme ai suoi fedeli a Tagliacozzo.


 Il tradimento di Caruso
 
Caverna in cui si rifugiava Crocco a MonticchioDa quel momento, il brigante rionerese, rimasto senza un sostegno militare ed economico, minacciò ricchi signori di morte e di bruciare le loro proprietà se non l'avessero supportato a livello finanziario, arrivando a compiere depredazioni e ricatti fino alle zone di Foggia, Bari, Lecce, Ginosa e Castellaneta. Nell'agosto 1862, il delegato di Pubblica Sicurezza di Rionero, Vespasiano De Luca, volle aprire una trattativa di resa con Crocco e Caruso.

De Luca promise ai briganti di evitare la condanna a morte se giudicati da un tribunale civile, mentre per Crocco si prospettava il confino in un'isola stabilita dal governo sabaudo. L'esito dell'accordo si rivelò negativo. Nel marzo 1863 le sue bande (tra cui quelle di Ninco Nanco, Caruso, Caporal Teodoro, Sacchetiello e Malacarne), attaccarono un gruppo di cavalleggeri di Saluzzo, guidato dal capitano Bianchi, e 15 di loro furono picchiati ed ammazzati.

Sempre in quel periodo, Crocco e i suoi uomini vennero sorpresi dai bersaglieri e dai cavallereggi nel bosco di Rapolla e, impreparati all'attacco, si diedero alla fuga. Della sua banda, 200 vennero catturati, poi fucilati e bruciati. Caporal Teodoro, Tortora e Ninco Nanco prepararono una cruenta vendetta. Venuti a conoscenza di soldati in arrivo da Venosa per una perlustrazione, riuscirono a catturarli e massacrarli. Il tenente del plotone venne decapitato e la sua testa venne infilata in un palo, e vi venne scritto "Vendicati i morti di Rapolla".

Giuseppe Caruso, fino a quel momento braccio destro di Crocco, entrò in attrito con il suo capo, per motivi non ancora chiari. Si sostiene che l'astio tra i due ebbe inizio quando Caruso fece sterminare dalla sua banda alcuni soldati piemontesi catturati, contro il volere di Crocco, che reagì a sua volta con violenza e fece ammazzare gli uomini del brigante di Atella.[5] Altri, invece, ritengono che i loro rapporti si incrinarono perché Crocco gli aveva rubato la consorte.[6] Da quel momento, Caruso si arrese al generale Fontana il 14 settembre 1863 a Rionero, preparando la sua ritorsione contro Crocco ed i suoi ex alleati. Affidato al generale Emilio Pallavicini, svelò alle autorità i piani e i nascondigli della sua organizzazione e, per via delle sue informazioni, numerosi briganti trovarono la morte e il loro esercito si indebolì progressivamente.


 L'arresto e la morte
Con il rinnegamento di Caruso, l'esercito di Crocco fu costretto a ritirarsi verso l'Ofanto a causa dei massicci rinforzi alla Guardia Nazionale inviati dal governo regio. Nei giorno successivi tutti i paesi insorti e occupati furono riconquistati, ristabilendo l'autorità sabauda. Crocco e la sua banda vissero nei boschi sperando in un provvedimento di clemenza. L'esercito di Pallavicini lo sorprese sull'Ofanto, ove le sue truppe vennero decimate il 25 luglio 1864. Dopo la disfatta, Carmine si recò nello Stato Pontificio per incontrare il papa Pio IX, che aveva sostenuto la causa legittimista, auspicando in un suo aiuto. In realtà, il brigante fu catturato dai suoi soldati a Veroli, per poi essere incarcerato a Roma. Tutto questo suscitò in lui un'amara delusione nei confronti del pontefice.[3]

Con l'arresto di Crocco, molte bande da lui comandate (tra cui quelle di Caporal Teodoro, Tortora, Totaro e Volonnino) furono costrette ad arrendersi, decretando la fine del brigantaggio nel Vulture-Melfese. Carmine fu trasferito in galera a Marsiglia, poi spostato a Paliano, a Caserta, a Avellino per poi finire a Potenza. La sua fama era tale che, durante i suoi passaggi da una prigione all'altra, numerose persone accorrevano per poter vederlo di persona. Durante il processo tenuto presso la Corte d'Assise di Potenza, il Procuratore Generale Camillo Borelli accusò Crocco dei seguenti reati: 62 omicidi consumati, 13 tentati omicidi, 1.200.000 lire di danni bellici e altri crimini come grassazioni e estorsioni.

Il brigante venne condannato a morte l'11 settembre 1872 ma la pena fu poi commutata nei lavori forzati a vita. Venne prima assegnato al bagno penale di Santo Stefano, ove iniziò a scrivere le sue memorie il 27 marzo 1889 (raccolte in seguito nel libro Come Divenni Brigante) e poi nel carcere di Portoferraio, in provincia di Livorno, ove passò il resto della sua vita fino al 18 giugno 1905, data della sua morte.


 Profilo
Dopo aver visitato Crocco per uno studio speciale su delinquenti e delitti, il professore Pasquale Penta dell'Università di Napoli, nelle riviste mensili di psichiatria forense (numeri 8 e 9 dell'agosto e settembre 1901), disse ciò sul brigante:

 « Alto della persona 1,75 cm, robusto, svelto, con occhio indagatore, sospettoso, attento. Non vi è nel suo corpo di straordinario che la grandezza e la sporgenza dei seni frontali e delle arcate orbitali, e un cranio rispetto alla statura non molto grande (55 cm di circonferenza massima). La circonferenza toracica è di 92 cm, la persona è ancora dritta e resistente, dopo una vita agitata, piena di stenti, di sofferenze, di timori e di pericoli; è una intelligenza non ricca al certo, nè libera da superstizioni (porta il rosario al collo, amuleti), ma chiara, ordinata e sicura. Non è andato a scuola, ma nella sua vita di pastore, un po' da sé, un po' aiutato, imparò a leggere e scrivere, in tal modo da poter esprimere i suoi pensieri sulla carta e facendosi comprendere molto bene »
 (Pasquale Penta)

Eugenio Massa, professore di filologia medievale e umanistica presso le università di Roma e Pisa, fece una descrizione della personalità combattiva del brigante rionerese, nella sua opera Gli ultimi briganti della Basilicata (1903):

 « Il Crocco a differenza di altri capibanda, che infestarono la Sicilia, le Calabrie e l'Abruzzo, nelle numerose sue escursioni, dà la prova di una logica tattica di un concetto chiaro ed ordinato nel disporre il piano delle operazioni nella piccola guerra. All'opposto degli altri, che sogliono sbandarsi paurosamente all'arrivo della truppa, egli ne accetta spesso il combattimento in aperta campagna e sa trincerarsi in posizioni favorevoli. "Attaccato alla baionetta" resiste all'urto e risponde col "contr'assalto". Qualche volta ricorre allo stratagemma militare; fa' saltare ponti per interrompere la strada, taglia fili telegrafici per interrompere le comunicazioni. Quale capitano della sua masnada, ebbe la potenza di infondere il coraggio nell'animo dei suoi; sopperì con la forza della sua autorità a difetti di armamento; d'istruzione e di disciplina »
 (Eugenio Massa)


 Crocco nella cultura popolare

 Spettacolo
Carmine Crocco è il personaggio principale del cinespettacolo "La storia bandita" che si tiene ogni anno, durante i mesi estivi, nel Parco della Grancìa a Brindisi di Montagna, al quale assistono migliaia di persone l'anno (nel 2000, gli spettatori ammontarono a 3000).[6] La manifestazione è curata da artisti come Michele Placido, Jean-François Touillard, Antonello Venditti e Lucio Dalla.
Nel 2005, per commemorare il centenario della sua morte, l'"Associazione Culturale Skenè" di Rionero ha allestito la commedia popolare dal titolo "La Ballata del generale Crocco", scritta e diretta da Mauro Corona.
Un altro spettacolo degno di nota è quello che viene riproposto ogni anno, nel mese di luglio, sempre a Rionero denominato "La Parata dei Briganti", rivisitazione storica dell'epopea brigantesca dove si racconta la loro vita, le loro gesta e i processi di Crocco del 1870 e 1872 presso il tribunale di Potenza.

 Cinema
Il documentario Carmine Crocco, dei briganti il generale racconta la vicenda del brigante di Rionero ricostruendo il clima di quegli anni. Scritto da Antonio Esposto e Massimo Lunardelli, è stato prodotto da Niccolò Bruna per Colombrefilm nel 2008.
Li chiamarono... briganti! (1999) di Pasquale Squitieri ha come protagonista Crocco, interpretato da Enrico Lo Verso, ove viene narrata una parte della sua vita.
L'attore Michele Placido, la cui famiglia paterna è originaria di Rionero, oltre a dichiarare di essere suo discendente, disse "Ho il sangue di quel personaggio leggendario: pure io, come lui, odio le ingiustizie".[8]

 Musica
I Musicanova, gruppo fondato da Eugenio Bennato e Carlo D'Angiò, gli hanno dedicato la canzone Il Brigante Carmine Crocco, contenuta nel disco Brigante se more (1980).

 Sport
Il brigante è anche la mascotte dei tifosi della "C.S. Vultur Rionero", squadra di calcio del suo paese natale.

 Turismo
La dimora che diede i suoi natali a Rionero è stata adibita come museo. La Tavern r Crocc, nome dato all'attrazione, è stata inaugurata nel novembre 2008.


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LA TAVERN R CROCC
Museo Privato del Brigantaggio
e della civiltà
contadina

Via Mazzini, 79
Rionero in Vulture

info:
franco.loriso@tiscali.it

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